lunedì 31 maggio 2010

Voce di uno che grida nel deserto (del Forte Village)

Incollo l'articolo di Cristina Muntoni de La Voce Sarda ripreso dal sito di Decrescita Felice, con Galimberti che gliele canta ai signori Nielsen:


Al workshop della Nielsen Galimberti smonta il mito della produttività: «Un tempo si lavorava per soddisfare i bisogni, ora per crearli».

La crisi impone strategie per far crescere l’economia. Ma chi ne paga il prezzo? Cos’è la felicità? Siamo sicuri che la crescita economica la aumenterebbe? Non è piuttosto un meccanismo perverso quello del mercato che vede l’Uomo solo come consumatore e lavora per creare bisogni prima che per soddisfarli? Domande importanti che lo diventano ancora di più quando a farle è un filosofo e ad ascoltarlo ci sono quattrocento top manager. Dal giovedì a sabato, come ogni anno dall’85, la società americana di ricerca di mercato Nielsen ha riunito al Forte Village di Santa Margherita di Pula il gotha dell’economia italiana. Tra conferenze, tavoli di trattative e partite di calcetto in spiaggia, si sono incontrati i vertici di produzione industriale (come Guido Barilla), distribuzione (come Vincenzo Tassinari, presidente della Coop Italia), comunicazione (come Paolo Panerai, direttore ed editore di Class) e servizi (come Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello Stato) per discutere come “Progettare il futuro, idee in corso per i mercati di domani”. E tra una relazione e l’altra su strategie e sistemi di ripresa economica, venerdì è arrivata la stoccata di Umberto Galimberti.

Sessantotto anni, 29 saggi (l’ultimo “I miti del nostro tempo”, Feltrinelli), due cattedre a Venezia come ordinario di Filosofia della Storia e di Psicologia Dinamica, Galimberti, prima ancora che con la filosofia, ha smontato l’ottimismo con i dati. «Per mantenere un certo livello di vita siamo diventati una società arroccata e aggressiva: se non ci danno il petrolio al prezzo che diciamo, andiamo a prenderlo con la belligeranza. La Terra non è più natura, è una risorsa da sfruttare, e l’Uomo è considerato solo in misura al suo inserimento nei cicli produttivi. Il 17% della popolazione mondiale, quella occidentale, consuma l’80% delle risorse della Terra lasciando il 20% ai restanti 5 miliardi e 200 milioni di abitanti. Nessun teorico dei sistemi può ammettere che questa ipotesi può consentire lo sviluppo». E per conciliare etica e businness propone una soluzione che difficilmente avrà un seguito: decrescere. Che in un convegno di industriali suona come una parolaccia.

«La crescita è diventata una forma mentis ineluttabile, quasi una regola di natura. Non è così. A prezzo di quali disastri ambientali avviene? Queste non sono cose che riguardano solo l’etica, confliggono con gli interessi perché se è vero che la Terra è la prima grande risorsa per la ricchezza, noi così la riconsegniamo e crolla il capitalismo». E l’etica, lasciati i panni di moralizzatrice, diventa grimaldello per rompere il muro che ci separa dalla felicità. «Decrescere significa cambiare mentalità, passare dal lavoro come produzione al lavoro come servizi, perché questo livello di crescita è scatenato dal meccanismo perverso che vede l’Uomo solo come produttore e consumatore. Un tempo bastava produrre per soddisfare i bisogni, adesso siamo arrivati al parossismo che si lavora per creare bisogni per non interrompere il ciclo della produzione». E se «la politica non è più il luogo della decisione perché per decidere guarda l’economia», il filosofo invita gli industriali a riflettere sulla trappola che ci siamo costruiti: il mercato ha sostituito la società.

Il risultato? «Non capiamo più cos’è vero, buono, giusto, bello. Anche l’arte ha senso solo se entra nel mercato. Ma così si riduce l’aria alla convivenza umana. È un cerchio troppo stretto dove circoscrivere l’esistenza. I prodotti stanno al posto di comunicazioni mancate, stanno al posto della felicità. Allarghiamolo questo concetto di Uomo perché questo che abbiamo non funzionerà a lungo».

domenica 30 maggio 2010

Il dono della sintesi


Leggo sul blog di noi cattolici questa sintesi insuperabile dei tempi che corriamo:

Adesso viene il difficile, con quei due figli grandi che fanno i fighetti, uno dei due si compra lo yacht, e già che c’è si fa vedere in giro con la figlia avuta a diciott’anni; e quei tre figli piccoli della tua seconda moglie, che son tre disperazioni; specie la grande che non capisce una mazza, s’è laureata in filosofia non hai mai inteso come, magari l’ha aiutata Confalonieri a tua insaputa; e adesso quella pretende di saper di editoria; per giunta è diventata amica di Sacconi, che uno peggio di così, voglio dire, neanche a carcarlo con la lente, lo trovi; e quell’altro, il figlio più piccolo, ha le crisi religiose e quando gli telefoni ti si nega facendoti dire che è in preghiera; ti vien da pensare chi può averlo ridotto così; magari è stata sua madre, quella specie di Medea che faceva la progressista, poi l’avida, e alla fine s’è accontentata di quattro lenticchie, un appannaggio mensile e quattro ville; pensare che era partita che voleva spaccare il mondo, con quelle lettere su quel giornale la’, quello che non hai mai sopportato, e adesso a momenti va a far le vacanze con quelle altre Medee del cavolo, che so, la Mantovani e compagnia bella; quel giornale del cazzo che adesso sembra quasi tifare Tremonti, chi l’avrebbe detto, proprio lui, che avevi anche provato a difenderlo quella volta contro Fini e poi l’avevi dovuto mollare, avevi pensato che era andato; al suo posto avevi dovuto mettere una specie di disastro umano come Siniscalco, che aveva partorito quella cagata di decreto sulla competitività, che t’eri vergognato tu per primo, perfino tu, a parlarne; dopo, per rimontare nove punti di distacco, t’eri dovuto massacrare, litigando perfino con una come l’Annunziata,che voglio dire, come fai a litigarci, che non si capisce nemmeno quando parla,quella poveretta, alla fine avevi sempre avuto l’impressione di averle fatto più che altro pubblicità; e adesso, per la miseria, sembra quasi che Tremonti e Fini sian lì lì a scavarti la fossa; t’han fatto passare da idiota, con quella storia delle province e dei soldi tracciabili, che tu hai sempre pagato in contanti tutto, anche quelle volte la’, quelle di Previti; cavolo, averlo adesso, uno come Cesare, magari ti metterebbe nei casini un’altra volta, ma almeno ti starebbe vicino, mica come questi qua; e anche come queste qua, a dirla tutta; mai che ti telefonino, mai che quell’imbecille di Salerno, tanto per dirne una, t’abbia mandato almeno un messaggino, come stai come non stai, mai e poi mai,quella specie di figalessa di ministra; e di quelle dell’europarlamento non ne parliamo, tutte prese a far pensare che sono intelligenti; ma quando mai, che se non c’eri tu a sistemarle da qualche parte le loro famiglie le avevan ripudiate, una banda di smidollate così neanche nel Gabon vengon fuori, e tu le avevi riciclate, fatte passar per persone serie ; neanche un grazie, niente; che a momenti perfino i tifosi del Milan ti mandano a cagare, son sempre lì a chiedere compraci quello, compraci quell’altro, con quel pirla di presidente facente funzioni che non è neanche buono a recitar la parte, proprio adesso che di quattrini in giro ce ne son meno e li ha solo quello dell’inter, che a furia di sputtanatr quattrini ha vinto qualcosa anche lui, per la miseria; ti senti sempre più vecchio, pensi con terrore che son passati già tanti anni, ma tanti davvero, sei sempre più stanco, a recitar la parte del brillante; ma andassero tutti a fanculo, che non vedono l’ora di pisciarti sulle scarpe, t’han scavalcato, hanno idee perfino peggiori delle tue ; l’hai capito anche tu, che son tre notti che non dormi, non ti sei mai sentito così vecchio.

venerdì 28 maggio 2010

La seconda guerra civile americana




E' un film del 1997, di un regista geniale e bistrattato, Joe Dante, e a me ricorda qualcosa.

Il film racconta in chiave cinica e grottesca le cause e l'evoluzione di una immaginaria seconda guerra di secessione americana, provocata da una crisi molto mal gestita tra lo stato dell'Idaho e il governo degli Stati Uniti.

Nel prossimo futuro gli Stati Uniti sono una società fortemente multietnica che ha accolto profughi e immigrati da ogni parte del mondo. Nel film si lascia intendere che la politica di forte immigrazione sia stata portata avanti consapevolmente dalle amministrazioni statunitensi allo scopo di accaparrarsi i voti delle minoranze etniche in tempo di elezioni, tuttavia il processo è sfuggito di mano, e adesso il numero di immigrati è giunto ad un livello tale che alcuni Stati dell'Unione sono governati e rappresentati da membri delle nuove etnie che parlano solo nella propria lingua madre. Il Rhode Island è diventato uno stato a maggioranza cinese (ed ha eletto un senatore cinese al Congresso) dopo una massiccia immigrazione - ancora in atto nel presente del film - provocata da una terribile carestia in Cina; la città di Los Angeles ha un sindaco ispanico ed è divisa tra immigranti dal Messico e popolazione nera, lo Stato dell'Alabama ha un senatore nativo dell'India; il Texas e la città di Las Vegas sembrano essere regioni a maggioranza ispanica.

A seguito di una guerra tra India e Pakistan, la città pakistana di Karachi viene distrutta da una bomba nucleare. Trovandosi in un anno di campagna elettorale il Presidente degl Stati Uniti (interpretato da Phil Hartman) si offre di accogliere parte dei profughi sul suolo americano con lo scopo di raccogliere voti dalla comunità pakistana immigrata. Il primo aereo passeggeri carico di orfani del Pakistan sarebbe destinato allo Stato dell'Idaho, ma il governatore di questa regione (interpretato da Beau Bridges) decide di chiudere le frontiere e si rifiuta di accogliere qualsiasi gruppo di profughi, affermando di voler difendere la vera identità del popolo americano. I veri motivi che spingono il governatore alla chiusura delle frontiere sono anch'essi elettorali: nel corso del film viene infatti rivelato che gran parte del bacino di voti del governatore deriva dalle comunità isolazioniste e survivaliste dell'Idaho. Lo stesso governatore e il suo staff non danno molto peso alle loro stesse dichiarazioni, ma tutta la vicenda viene trasmessa e amplificata dalla rete televisiva via cavo "NN" (un'ovvia parodia della CNN), di stanza a New York. Il cinico direttore della NN si adopera in modo da ottenere il massimo effetto mediatico dall'arrivo dell'aereo di profughi: la NN fa in modo che l'aereo atterri a New York, dove le sue troupe sono in attesa. L'enfasi data alla vicenda costringe il Presidente USA e la sua amministrazione a reagire di fronte all'iniziativa del governatore dell'Idaho.

Dietro consiglio dell'influente lobbista di origine irlandese Jack Buchan (James Coburn), il debole Presidente degli Stati Uniti intima un ultimatum al governatore dell'Idaho, ordinandogli di riaprire le frontiere entro 72 ore. Poco prima dell'emissione dell'ultimatum, tuttavia, sempre dietro consiglio di Jack Buchan, la scadenza viene portata da 72 ore a 67,5 ore, per non interferire con l'ultimo episodio della soap opera Figli, figli miei e non rischiare di alienarsi così i voti dell'elettorato femminile.

Nel frattempo lo staff della NN scopre che il Pentagono sta iniziando i preparativi per l'invio di unità militari nella zona di confine con l'Idaho. Il direttore decide di pubblicare la notizia contribuendo ad alzare la tensione, e inducendo il governatore dell'Idaho, che ha appena ricevuto l'ultimatum, ad armare la guardia nazionale e disporla a protezione delle frontiere. La dirigenza della NN, sempre nel tentativo di capitalizzare sulla situazione di crisi, decide di inviare gli orfani pakistani proprio nella zona calda del confine in mdodo da creare una situazione patetica e garantirsi maggiori ascolti. In questo la rete televisiva è fortemente aiutata dall'organizzazione umanitaria non governativa che ha la custodia dei bambini, desiderosa di farsi pubblicità.

Le truppe dell'Idaho e degli Stati Uniti che si posizionano lungo i due lati del confine sono comandate da due anziani ufficiali (un colonnello e un generale, rispettivamente) che soffrono di una forte rivalità personale, risalente all'invasione del Kuwait durante la Prima Guerra del Golfo. I loro dialoghi lungo la linea di confine sono carichi di insulti e recriminazioni reciproche; fortunatamente gli incontri tra i due avvengono ad una distanza tale da non essere uditi né dagli altri soldati né dalla televisione (il Presidente addirittura fraintende i loro colloqui immaginando che si tratti di nobili discorsi tra uomini d'onore), ma la presenza sul campo dei due ufficiali è un ulteriore elemento di instabilità nella crisi.

Sia il Presidente (e il lobbista Jack Buchan, ormai suo consigliere a tempo pieno) che il governatore dell'Idaho non sembrano rendersi pienamente conto che la situazione sta sfuggendo loro di mano. Il governatore dell'Idaho, in particolare, è assorbito dalla sua tormentata storia d'amore con Christina, una giornalista di NN di origine messicana, indispettita per la chiusura delle frontiere agli immigrati e per la mancata promessa del governatore di non avere lasciato la moglie, relegandola al ruolo di amante. Christina vorrebbe abbandonare l'Idaho e il governatore, andando a commentare la costante immigrazione di messicani alla frontiera meridionale del paese, ma il direttore di NN la costringe a rimanere dove si trova, alimentando ulteriormente i patemi d'amore del governatore.

Mentre nuove truppe affluiscono al confine e l'Idaho inizia ad addestrare una milizia civile, anche gli altri Stati dell'Unione iniziano ad essere influenzati dalla crisi, e incidenti scoppiano un po' ovunque. La California offre il proprio appoggio al Presidente, salvo poi trovarsi invischiata in una serie di disordini tra la comunità ispanica (favorevole all'apertura delle frontiere) e quella afroamericana (contraria). Anche l'Alabama garantisce appoggio al presidente, dietro la concessione di 1000 ettari di terreno federale per la costruzione di templi indù. La comunità ispanica del Texas distrugge i resti di Fort Alamo, proclamando la totale apertura delle frontiere con il Messico. Una comunità di Sioux, posta proprio sulla frontiera con l'Idaho si dichiara neutrale e impedisce l'attraversamento alle truppe degli Stati Uniti (incluso il convoglio con i bambini orfani); il Presidente riapre il passaggio offrendo ai Sioux i permessi per la costruzione di un casinò presso Little Big Horn. Anche sul fronte dell'Idaho si assiste ad una vasta mobilitazione. Mentre il governatore si lascia andare in televisione a velleitarie ipotesi di secessione in attesa della scadenza dell'ultimatum, i reporter della NN scoprono che la guardia nazionale dell'Idaho sta ricevendo rinforzi anche da altri stati, come il Montana e il Wyoming. Una volta resa pubblica la notizia, si scopre che in tutto altri dieci Stati dell'Unione sono dalla parte dell'Idaho, incluso il Rhode Island a maggioranza cinese, il cui governatore (anch'egli cinese) dichiara pubblicamente di voler chiudere le frontiere perché non è più in grado di gestire il continuo flusso di immigrati dalla Cina. Un gruppo di terroristi a favore della chiusura delle frontiere fa esplodere nottetempo la Statua della Libertà, per sottolineare il fatto che gli Stati Uniti non sono più una nazione aperta all'immigrazione.

La situazione inizia a precipitare quando il convoglio degli orfani tenta invano di oltrepassare la frontiera con l'Idaho. Nel corso del colloquio tra i due comandanti militari il colonnello della guardia nazionale dell'Idaho offende per l'ennesima volta il generale USA, che proclama vendetta mentre si ritira con il convoglio. I bambini del Pakistan vengono evacuati ed escono di scena definitivamente; le parti in causa (tra cui il generale e il presidente USA) sono ormai determinate a risolvere ad ogni costo la questione della chiusura dei confini. La notte precedente la scadenza dell'ultimatum scoppia un ammutinamento nel campo USA tra soldati sostenitori della causa dell'Idaho e soldati fedeli al Presidente. La rivolta viene redata con grande spargimento di sangue, e viene ripresa in diretta dalle telecamere di NN, che mostrano al pubblico le fucilazioni dei soldati rivoltosi catturati.

Contemporaneamente il governatore dell'Idaho riesce a rappacificarsi con Christina con cui passa una notte d'amore che dissipa i pensieri che avevano monopolizzato la sua attenzione negli ultimi giorni. Il governatore realizza quindi l'estrema gravità della situazione che si è creata e annuncia a Christina l'intenzione di dimettersi dalla sua carica in un discorso che terrà pubblicamente un'ora prima della scadenza dell'ultimatum, ponendo così termine alla crisi e aprendo la nomina per la sua successione. Christina diffonde la notizia in via ufficiosa tra i suoi colleghi della NN. Tragicamente, prima dell'ora convenuta per il discorso, la voce raggiunge le orecchie del lobbista Buchan che interpreta male le intenzioni del governatore (nella concitazione del momento scambia "successione " con "secessione") e riferisce quello che ha capito al Presidente.

Il presidente, nonostante manchino più di due ore allo scadere dell'ultimatum, ordina al generale USA di attaccare il confine con l'Idaho, provocando l'inizio della Seconda Guerra Civile Americana. La troupe di NN inizia le riprese sul campo di battaglia, e uno dei reporter è tra i primi a morire. Ore dopo, Jack Buchan riceve notizie corrette sulle vere intenzioni del governatore dell'Idaho ma, d'accordo con i suoi, decide con imbarazzo di tenere nascoste queste notizie al Presidente, per evitare di "confonderlo" ora che ha intrapreso la via dell'azione.

Il film si conclude con il direttore di NN che osserva le riprese della guerra in atto e si lamenta con i suoi collaboratori del fatto che manchi il logo di NN sulle riprese. Mentre scorrono i titoli di coda una voce dell'annunciatrice di NN riporta che dopo una settimana di scontri è stata stabilita una tregua e i confini degli Stati sono stati riportati alla posizione originale. Il Presidente USA si è dimesso e l'ultima puntata della soap opera Figli, figli miei, rimandata dallo scoppio della guerra e da poco trasmessa, ha ottenuto un massimo di ascolti in tutto il paese.

giovedì 27 maggio 2010

La maggioranza siete voi




recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

(...)

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere

(Foto di Renè Maltete, testo di Fabrizio De Andrè)

A grandissima richiesta

....il nuovissimo generatore di berluconate di Metilparaben!!!!!!


-Berlusconi: "Con me personal trainer Giuliano Ferrara sarebbe un figurino".
-Berlusconi: "Con me presidente il Ku Klux Klan sarebbe un'associazione benefica".
-Berlusconi: "Con me truccatore Rosy Bindi sarebbe una velina".
-Berlusconi: "Con me pilota il Garelli Mosquito sarebbe più veloce di una Ducati Monster".
-Berlusconi: "Con me saldatore le Twin Towers sarebbero ancora in piedi".
-Berlusconi: "Con me pornostar Rocco Siffredi sarebbe un adolescente con l'eiaculazione precoce".

Memento mori


L'iniquità irresponsabile
di MASSIMO GIANNINI
Repubblica 27 maggio

"Più di così non si poteva fare", dice Berlusconi della manovra approvata dal governo "salvo intese", con una formula da vecchio pentapartito della Prima Repubblica. Almeno su questo il presidente del Consiglio ha ragione: 24 miliardi sono tanti, per un Paese che da una decina d'anni perde competitività e produttività e langue con un tasso di crescita dello 0,5%. Tuttavia meglio di così non solo si poteva, ma si doveva fare. Su questo il premier ha torto marcio.

Non sono in discussione la necessità politica e l'urgenza economica di questa legge finanziaria fuori stagione, fatta di "sacrifici duri" e varata in corsa "per evitare che l'Italia faccia la fine della Grecia", secondo la definizione-shock usata tre giorni fa da Gianni Letta. Sono invece in discussione altri due aspetti, non meno essenziali: l'irresponsabilità ideologica e l'iniquità sociale. L'irresponsabilità ideologica è iscritta nel codice genetico del berlusconismo, come forma di negazione della realtà e di manipolazione della verità. Questa "manovra epocale", o "tornante della storia" secondo la prosa enfatica di Tremonti, è precipitata sul Paese in un improvviso clima di "emergenza nazionale". Per più di due anni il premier ha raccontato che la crisi non c'è mai stata, o che comunque era già finita. In meno di due settimane si scopre invece che rischiamo la bancarotta. Un drammatico cambio di fase. Per gli italiani è un trauma psicologico, per il governo un cortocircuito politico. L'unico modo per uscirne sarebbe stata una grande operazione di onestà, e dunque una forte assunzione di responsabilità. Berlusconi, in sostanza, avrebbe dovuto presentarsi in tv e dire: signore e signori, i fatti mi hanno dato torto, ho sbagliato la mia analisi sulla crisi, me ne scuso e vi chiedo di fare, tutti insieme, un grande sforzo per salvare il nostro Paese e la moneta unica.

Questo sarebbe stato un "discorso sul bene comune", comprensibile e condivisibile. Esattamente quello che è mancato in queste ore, e che deve essersi perduto in questi giorni nell'aspro braccio di ferro tra il premier e il suo ministro del Tesoro. Ieri, in conferenza stampa, Berlusconi ha continuato a negare l'evidenza, segnando una "cesura" arbitraria tra la crisi finanziaria partita due anni fa in America con i mutui subprime, trasformatasi poi in crisi mondiale per le economie reali, e la crisi "speculativa" contro l'euro esplosa in queste ultime settimane. Ha scoperto oggi che "abbiamo un debito pubblico insostenibile per colpa dei governi della Sinistra" (dov'è stato lui dal '94 in poi, e perché dal 2001 al 2006 ha azzerato l'avanzo primario che Ciampi aveva faticosamente portato al 5% del Pil?). Ha scoperto oggi che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità", e per questo "dobbiamo ridurre la presenza dello Stato in economia". Una lettura auto-assolutoria, che finge di non vedere le connessioni di questo disastro globale, per occultare le omissioni del governo di fronte ad esso.

Tremonti, al contrario, non ha mai negato la crisi. Non ha mai nascosto le difficoltà della fase, anche se non ha brillato per originalità delle soluzioni. Davanti all'attacco speculativo contro i debiti sovrani dell'eurozona, e di fronte al perdurare di una recessione ostinata, il ministro è stato coerente. Ha impostato una manovra "pesante", che riduce in due anni il deficit a colpi di taglio alla spesa pubblica. E l'ha affidata al premier, perché se ne assumesse la responsabilità di fronte al Paese. Ma è esattamente questo che il Cavaliere non può accettare. Che tocchi a lui l'ingrato compito di associare la sua immagine alla parola "sacrifici". Che tocchi a lui farsi "commissariare" non da Tremonti ma dalla verità, cioè dall'interpretazione che Tremonti dà della crisi. Che tocchi a lui, in definitiva, fare quello che fanno tutti i governanti normali nelle normali democrazie occidentali: spiegare ai cittadini cosa succede, e "rendere conto" delle scelte che si fanno. Tutto questo cozza contro l'ideologia berlusconiana, nutrita di suggestioni narrative e di moduli assertivi che rifiutano a priori il principio di realtà e dunque non contemplano, neanche a posteriori, l'etica della responsabilità.

L'iniquità sociale di questa manovra discende dalla sua stessa irresponsabilità ideologica. È giusto tagliare la spesa pubblica corrente e improduttiva, che soprattutto i governi di centrodestra hanno fatto crescere in questi anni a ritmi superiori al 2% l'anno. Ma è evidente a tutti che mai come stavolta la stangata è squilibrata e "di classe". Pesa quasi per intero sulle spalle del pubblico impiego. Nessuno nega le sacche di inefficienza e i relativi "privilegi" che si annidano in questo settore: dall'impossibilità di essere licenziati o cassintegrati ai rinnovi contrattuali spesso superiori al tasso di inflazione programmata. Ma nessuno può negare che i livelli retributivi, nel settore pubblico, siano in assoluto già bassi e spesso bassissimi. Come si fa a chiedere il tributo più doloroso a quei 3 milioni e 600 mila dipendenti pubblici che guadagnano in media 1.200 euro al mese, senza chiedere nulla a chi ha redditi infinitamente superiori nel privato, nelle professioni, nelle imprese? E come si fa a non vedere che Germania, Frangia e Gran Bretagna hanno varato manovre ancora più severe, imponendo lacrime e sangue prima di tutto ai ceti più abbienti e alle banche?

Ma anche qui, in fondo, c'è una spiegazione ideologica che giustifica la scelta. Si parte dall'assunto forzaleghista che vuole i dipendenti fannulloni per definizione. E dunque, implicitamente, il governo gli propone uno scambio immorale: io ti rinnovo la tua "sinecura", ma in cambio ti congelo gli stipendi per tre anni. E qui si annida l'estremo paradosso di questa manovra che si profila come una vera e propria controriforma. Con la batosta sul pubblico impiego e la scure sugli enti locali, Berlusconi azzera in un colpo solo le uniche due riforme di cui poteva fregiarsi in questo primo biennio di governo: la riforma del pubblico impiego di Brunetta e la riforma federalista di Bossi. Il decretone di ieri le distrugge entrambe, almeno fino alla fine della legislatura.
Di buono, alla fine, resta la quantità dei tagli, non certo la qualità. Speriamo che basti a convincere i mercati che noi non siamo tra i "maiali" di Eurolandia. Ma di certo non basta a dire che il Paese "è in mani sicure". E meno che mai a pensare che "siamo tutti sulla stessa barca", come ha detto ieri il Cavaliere. In troppi, a partire dagli evasori fiscali che hanno scudato i capitali, non rischiano la pelle in mezzo alla tempesta perfetta. Se ne stanno sul molo, a godersi lo spettacolo.

Governo ladro, e bugiardo

"Crisi di qui, crisi di là ... dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano di crisi ... minacciate di non dare la vostra pubblicità a quei media che sono essi stessi fattori di crisi ... noi abbiamo portato una nuova moralità nella politica, ed il rispetto degli impegni".
Silvio Berlusconi, 16 giugno 2009

"Io sostengo che il peggio è passato, la nostra è solo una crisi psicologica, mentre il Presidente cinese Hu Jintao è convinto che siamo ancora nel mezzo della crisi".
Silvio Berlusconi, 6 luglio 2009

"Il peggio della crisi è alle spalle, ora abbiamo superato Londra e siamo la terza economia in Europa".
Silvio Berlusconi, 6 novembre 2009

"C'è una crisi «provocata dalla speculazione» e tutti i Paesi europei, Italia compresa, «hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità».
Silvio Berlusconi, 26 Maggio 2010

Fermate quest'immagine

Di lei ricordavo tutto tranne il profumo. Seduto in un teatro con lei accanto che si protendeva per meglio sentire la musica. Arabeschi dorati e candelabri a muro e le lunghe pieghe del sipario come colonne ai lati del palco. Lei teneva la mia mano in grembo e io sentivo l' orlo delle calze sotto la stoffa leggera del vestito estivo. Fermate quest' immagine.

E adesso fate venire giù tutto il buio e tutto il freddo del mondo e andate all' inferno.

(Cormac McCarthy, La Strada)

mercoledì 26 maggio 2010

Il caos che rimette tutto in circolo



Jake e Dinos Chapman citati da Francesca Paci su La Stampa di oggi (in cartaceo, pag. 41), e in mostra a Milano:


-L'arte è un'attività distruttiva la cui natura antiredditizia si vendica della creatività del mondo e spinge la gente al limite di ciò che è consentito.

-Non esiste genio, l'idea è un continuo tridimensionale su cui l'artista interviene come dissipatore d'energia. Produciamo entropia, il caos che rimette tutto in circolo.

-Non ci interessa parlare al pubblico, non siamo nel business dei buoni consigli.

-Preferiamo fottere la mente che alimentarla, non c'è scopo sociale.

-Qualsiasi forma d'arte ne viola un'altra, è un processo demolitore infinito. Ogni artista consuma altri artisti, non credo nel copyright. Le nostre opere sono la negazione dell'ego. Partiamo dal caos ma costruiamo plastici dettagliati perchè non sembrino fatti da noi e rendano un effetto schizofrenico.

-L'atrocità (di un delitto) genera la moralità e tanto più si manifesta in modo brutale tanto maggiore è la risposta della civiltà.

-Ho votato Brown, un voto archeologico per il manifesto comunista di cui il Labour è un fossile.

-Sappiamo che essere diventati un brand è una contraddizione. Ma più sei brutale e più i critici apprezzano quello che fai.

martedì 25 maggio 2010

Sempre meglio

La rubrica di Mattia Feltri, "Paesi e Buoi" su La Stampa, è ormai un cult.
Oggi, 25 maggio:

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha detto ieri che l'Italia ormai è in pieno suicidio demografico. In Italia non si fanno più bambini, e molte coppie si accontentano di farne uno solo. Sono pochissimi quelli che ne fanno due o addirittura tre. La politica dovrebbe occuparsi di questo problema.

E non ci sono soltanto le ristrettezze economiche, che scoraggiano la proliferazione, ma c'è tutto un paese effettivamente privo di valori, che vuole divertirsi, che ama sentirsi sempre più giovane, che rifugge le responsabilità, che non intende mettere su famiglia, che rabbrividisce all'idea di avere figli cui dare un'educazione: è un'Italia posseduta dal demonio.

(Sempre meglio che posseduti da un parroco).

"No, Bondi non si è fatto vivo. Nessun messaggio, nessun augurio."

Riporto integralmente l'articolo di Riccardo Tozzi, produttore de "La nostra vita", fondatore di Cattleya e presidente della sezione produttori dell'Anica, uscito oggi su Italia Futura. Adoro Elio Germano e non vedo l'ora di vedere questo film, ça va sans dire.

Cinema italiano 1 - Classe politica 0


Il Paese reale premiato a Cannes

In margine alla presenza italiana al festival di Cannes sono emerse varie prese di posizione critiche rispetto al cinema italiano, riassumibili sotto l'etichetta "La brutta Italia di Cannes".
Il cinema italiano danneggerebbe l'immagine del Paese, evidenziandone le magagne e, questa è l'accusa che più colpisce, mostrando un'attitudine autodenigratoria dei suoi cineasti.
Mette conto tentare una risposta.
Attribuisco un forte valore positivo all'orgoglio. Se si deve rispetto agli altri, lo si deve parimenti a se stessi.

Essere fieri del proprio paese e del proprio mestiere è secondo me una forma di rispetto. Io sono fiero di essere un cineasta italiano.
Credo che l'Italia sia un Paese pieno di creatività, intelligenza e calore e che il più accanito opinionista inglese preferirebbe venire a fare il cronista sportivo locale in una delle nostre meravigliose città, piuttosto che restare a stringere i denti in un posto freddo per il corpo e l'anima.

Credo anche che siamo un paese pieno di problemi. Di cui però non abbiamo paura di parlare e ai quali reagiamo (chi pensa, ad esempio, che in Francia, dove è stato premiato Elio Germano, non ci fosse materia per una Mani pulite come la nostra, non conosce la Francia). Parlare e reagire è un nostro valore. Soprattutto se lo facciamo come lo fa "La nostra vita": senza che qualcuno si senta superiore, senza giudizio, con empatia per tutti i personaggi.

Così è in generale il nostro cinema d'oggi. Un cinema umano, che piace al pubblico perché parla di noi in modo vitale. Basta ricordare anche solo alcuni dei titoli più recenti. Pensate che chi all'estero ha visto i film di Diritti, Verdone, Virzì, Salvatores, Ozpetek, Luchetti immagini una brutta Italia? Io credo di no. Credo invece che abbia molta voglia di venire a conoscere la gente che abita in questo Paese pieno di creatività e calore. Così mi è parso la pensasse il pubblico che affollava la Grande sala di Cannes, che ha applaudito per buoni dieci minuti alla fine della proiezione de "La nostra vita", che con grandi sorrisi di simpatia ci ringraziava per aver goduto di un racconto così emozionante.

Così la pensano i distributori esteri che numerosi hanno comprato il film, come molti altri film italiani presenti al mercato. Perché il cinema italiano oltre a piacere in patria (è sopra il 30% di quota di mercato, la più alta in Europa, appena dopo la Francia) piace sempre più all'estero. L'Italia è apprezzata in Europa per i suoi romanzi, la sua musica, il suo cinema, certo molto di più che per il suo apparato politico (che pure è molto riccamente finanziato con soldi pubblici).

La gran parte del cinema italiano non è come lo pensano certi ministri e certi critici (in modo uguale e contrario). E' un cinema che cerca di seguire in modo autonomo (il totale del finanziamento pubblico per i film che ho citato è inferiore al 10%) percorsi non conformisti. Non può e non vuole essere etichettato col colore di una parte politica: vuole essere libero. Sta con quella maggioranza di italiani che della politica dei partiti, come la si legge sui giornali e la si vede in tv, ormai se ne infischia.

E' singolare che così tanti osservatori non riescano a cogliere la libertà intellettuale e la capacità di rappresentanza del paese reale, propria del nostro cinema d'oggi.
E vogliano invece vederlo sempre incasellato in un ruolo collaterale che si è lasciato da tempo dietro le spalle.

Desiderio di bellezza forte


Fortunatamente c'è Stefano Mattia.

lunedì 24 maggio 2010

Silenzio

Grazie a Luca Sofri ho recuperato due articoli dal maggio sanguinoso del 1992 (e il ricordo di quel sabato).

"Per me la vita vale come il bottone di questa giacca, io sono un siciliano, un siciliano vero".
Giovanni Falcone


Ora la televisione trasmette le funebri cerimonie.
Guardo il giudice Paolo Borsellino che ha posato una mano sul feretro di Giovanni Falcone. E’ in toga nera con la camicia bianca ricamata e per la prima volta lo vedo bellissimo, come un cavaliere antico che giura fedeltà di fronte al compagno caduto. Guardo il giudice Ayala, pallidissimo, esile, alto e curvo come una figura di El Greco, guardo la sua mano lunga e scarna posta sulla bara.

Guardo Tano Grasso, leader dei commercianti di Capo d’Orlando che hanno detto di no alla mafia, guardo Rosaria , la vedova del poliziotto Vito Schifani, che di fronte al cadavere del marito ha detto che sembrerebbero giuste nella Chanson de Roland : "Era così bello, le sue gambe erano così belle".

Si, c’è qualcosa di cavalleresco, di nobile, di puro in questa difesa dei giusti di Palermo al loro passo di Roncisvalle, paladini di uno stato infingardo e inafferrabile. Erano anni che non vedevo più le facce degli italiani onesti e coraggiosi, non le maschere grottesche e unte del potere corrotto e mediocre; anni che non vedevo più il dolore e l’ira popolare, che non sentivo più quel grande respiro di commozione che nelle ore decisive ci fa credere, per poco, ma un poco che basta, che c’è qualcosa di buono o forse immortale negli esseri umani, che la loro vicenda o vive in questi momenti o è una pigra stupida routine.

Ho visto le facce dei giovani,i moltissimi giovani, come destati da un lungo sonno, come usciti d’un tratto dalle melensaggini che i media gli attribuiscono, come tornati uomini con sdegni e furori, da un limbo di mode cretine e di melassa pubblicitaria. No, non dico che bisogna lanciare il cuore al di là dell’ostacolo o altre iperbole dell’arditismo, ma essere di nuovo, a viso aperto, per la dignità dell’uomo, contro il terrore e la stupidità dei violenti.

"A Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che erano vivi quando cominciò questa inchiesta e che sono morti per la nuova Resistenza".

Giorgio Bocca

Metafora

"Comincio a sentirmi come un astice quando vede la maionese..."

(Crozza ieri sera)

giovedì 20 maggio 2010

Staremo a vedere (= sperem)

Flavia Perina sul Post oggi, a proposito della legge bavaglio:

"Comunque, sono convinta che le norme su giornali e giornalisti saranno riviste. La stessa maggioranza si renderà conto che, dopo il caso Scajola, ciò che prima era azzardato è diventato improponibile. Se avessero i riflessi un po’ più veloci lo avrebbero capito già, senza aspettare l’imput dei sondaggi del weekend e la mobilitazione della stampa italiana (“Giornale” compreso). Staremo a vedere."


Sperem, direbbero dalle mie parti.

mercoledì 19 maggio 2010

Nevermind



Ho letto con amarezza, e trascrivo qui, il post Chi ci guadagna e chi no di Alessandro Gilioli su Piovono Rane. Però non riesco a non vedere, oltre al genio scaltro di Mister B. in veste di business man, una domanda di fondo: al di là di quanto sia facile pensar male di chi si fa retribuire bene il ruolo di vittima, al di là della televisione volgare, ognuno di noi, io, per quanto meno di 10 milioni di euro ci venderemmo?
I Nirvana avevano ragione. Nevermind.

"Dunque, pare di capire che sia andata così:
Al premier stava sulle palle Santoro e voleva mandarlo via;
Santoro si è rivolto a Lucio Presta, che è l’agente di Bonolis e della Ventura;
Lucio Presta ha strappato per Santoro una buonuscita di una decina di milioni di euro;
AnnoZero chiude per sempre il 10 giugno;
Santoro non farà concorrenza alla Rai per almeno due anni.

Quindi, in tutto questo:
Berlusconi è contento perché elimina dalla Rai una delle pochi voci di opposizione rimaste; Santoro è contento perché ha sistemato se medesimo e un paio di generazioni a seguire; Masi e Presta pure festeggiano, e vabbe.

Noi invece:
abbiamo pagato per conto di Berlusconi i dieci milioni di euro a Santoro in quanto azionisti dell’azienda pubblica Rai;
abbiamo perso la possibilità di vedere una buona trasmissione critica in un quadro informativo sempre più omologato, e che diventerà ancora più censorio con la legge sulle intercettazioni;
non avremo almeno per un paio d’anni nessun’ipotesi della vagheggiata tivù indipendente in stile “Raiperunanotte” perché c’è la clausola di non concorrenza alla Rai. Buona giornata."

La specializzazione va bene per gli insetti


« Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un'invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente.
La specializzazione va bene per gli insetti »

(Robert A. Heinlein, Lazarus Long l'immortale)

Nel mese di maggio

Dal mio giardino si vedono così e non si possono spiegare
l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde
che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio
quando il calore viene sulle braccia scoperte
e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde
che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi,
tanti anni fa. In mattine così, la terra si piega
e si anima in cose inanimate come i sassi
nel brulichìo nascosto dalle foglie, nel nostro
essere muti e felici di non avere un nome.

Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,
alla rondine scolpita dall’aria mentre passa,
all’ombra durata un battito sulle nostre mani;
forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo
nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle
dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso
e dal vento le nostre impronte quando qualcuno chiuderà
il cancello dietro a noi, e ci guarderà partire.


Pierluigi Cappello
Mandate a dire all’imperatore
Crocetti Editore 2010

Dopo miss italia nera un papa nero??????



Mi era passato inosservato la scorsa settimana, ma recupero questo fondo di Fare Futuro Magazine perchè lo trovo condivisibile, concreto, bello.
My God: non me par vero! (cit.)



C'è, là fuori, una marea silenziosa che vuole cambiare l'Italia
di Filippo Rossi

Lo so che è difficile, lo so che è più faticoso e molto più complicato. E so anche che molte volte “non c’è notizia”. Ma vorrei lanciare lo stesso un appello ai giornalisti che stanno seguendo in queste settimane le vicende all’interno del centrodestra. Per rendere un qualche merito alla verità, fate il possibile per non derubricare il tutto a un mero scontro di potere o, ancor peggio, a piccole beghe di poltrone, a questioni di palazzo. «C’è anche quello!», risponderete in coro. Figuriamoci, non siamo nati ieri, lo sappiamo benissimo. Ma non c’è soprattutto quello. Anzi, “quello” è il nulla rispetto al tanto che c’è là fuori.

Là fuori, nella società civile, tra le gente vera che vive nella e della modernità. Cari colleghi, cercate di raccontare la voglia di una buona (e nuova) politica che sappia prescindere da schieramenti e ideologie. Cercate di raccontare il desiderio per una politica davvero laica che sappia decidere senza ricatti o imposizioni. E cercate di raccontare, anche, l’utopia diffusa per un’Italia finalmente pacificata nella quale non ci si debba aspettare un nemico a ogni angolo. È la fuori che vanno cercati i motivi, senza retorica populista, capendo ogni persona, ogni individuo, senza stare a guardare da dove arriva ma capendo dove vuole andare. È lì fuori che si trovano gli italiani che amano la loro patria, ma si vergognano del fatto che non riescono più a sopportarla: ancora familista, chiusa in se stessa, culturalmente vecchia, politicamente recriminatoria. È lì fuori che si trovano gli italiani che vogliono più sicurezza per garantire al meglio i diritti di tutti.

Ed è ancora lì, fuori dal palazzo e dalle beghe di partito, che s’incontrano gli italiani che stanno dalla parte di una legalità declinata nel modo più semplice possibile: non rubare, per esempio. È lì che ci sono gli italiani che stanno dalla parte di Roberto Saviano e che se vedono due poliziotti pestare un ragazzo gli va il sangue al cervello. Ed è sempre lì che trovate quelli che, la stragrande maggioranza, non si sognerebbero mai di mettere in discussione l’unità d’Italia. È lì fuori che si trovano gli italiani che vogliono scegliere ma che non appartengono a nessuno. E gli italiani, anche, che sanno benissimo che i nuovi italiani non sono ladri d’identità. E gli italiani che hanno pensato, semplicemente, che era doveroso liberare Eluana da una “non vita”.

È li fuori che potete trovare gli italiani che del razzismo non sanno che farsene. E gli italiani che non pensano che la rete sia uno strumento del demonio. E che pensano che una famiglia è un gesto d’amore, e non un atto burocratico.

C’è, là fuori, una società giovane e insofferente che spinge alle porte della storia. Lo fa senza manifestazioni, senza piazze e senza cortei, perché i luoghi della politica sono altri, perché è finito il tempo dei duri e puri. Lo fa in modo morbido, liquido, ma non per questo meno efficace. Anzi. È una marea lenta, una rivoluzione tranquilla e orizzontale che parte dal basso e che, gradualmente, sommergerà di nuovi contenuti culturali anche la politica che i giornali si ostinano a raccontare…

È per questo che per capire quel che sarà bisognerebbe sforzarsi di più nel raccontare quel che c’è, là fuori, nel mondo vero.

11 maggio 2010

martedì 18 maggio 2010

Egregio Dio

Egregio Dio, nella prossima vita per favore fammi nascere maschio.
In subordine, Juliette Binoche.

(Copyright "LaNico")

Plastica copre sangue

(ANSA) – ROMA, 17 MAG – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, “nel rispetto dei tragici avvenimenti che hanno coinvolto oggi i nostri militari in Afghanistan” ritiene opportuno “non entrare nella polemica nata dalle dichiarazioni da lui rilasciate al termine della partita Siena-Inter”, ma, attraverso l’ufficio stampa, precisa che si aspettava dal Siena “un atteggiamento più propositivo”. Il senso delle dichiarazioni di ieri, sottolinea l’uffucio stampa del ministro, “era che dal Siena, già retrocesso, fosse lecito aspettarsi un atteggiamento più propositivo alla ricerca di una vittoria che avrebbe dato lustro al suo campionato. Invece il Siena ha solo inutilmente cercato uno sterile ed inutile zero a zero con un ‘catenaccione’ vecchia maniera, quasi che l’importante fosse ostacolare l’Inter anziché cercare un risultato di prestigio per se stesso. Al contrario il Chievo, sia a Milano la scorsa settimana che ieri con la Roma, ha giocato alla ricerca di una vittoria che, quando non vi sono problemi di classifica, dovrebbe essere l’obiettivo di tutti. Anche della squadra di Mezzaroma”. L’ufficio stampa sottolinea infine come il ministro La Russa “sia ieri al termine della partita, sia nei giorni scorsi, abbia sempre rivolto alla Roma sinceri complimenti per l’ottimo campionato disputato e abbia dichiarato alla Gazzetta dello Sport la sua preferenza per Francesco Totti come miglior giocatore italiano”.

Sintesi

"Muore un soldato e subito “ritiriamoci”, non muore un soldato e chissenefrega: fine della politica estera dell’opposizione."

(Filippo Facci ieri su Libero, lo cito attraverso il Post perchè libero è un po' troppo pure per me)

lunedì 17 maggio 2010

E' il mio periodo Piccolo

Su una certa gauche italiana: "Hanno l’atteggiamento di chi è più furbo e intelligente di te, di chi ha capito tutto nella vita. Sono abituati a non pensare più in modo elementare, a non avere pensieri di primo grado, ma solo di secondo, terzo e quarto grado… Abbiamo perduto molte persone utili alla causa di primo grado, elementare, perché pensieri contorti hanno fatto sì che abbandonassero il campo della realtà visibile”.

"Ho il dovere di dire che dovremmo fare una bella dieta sui grandi proponimenti teorici, dedicandoci semplicemente alle intenzioni di primo grado, senza pensieri contorti, senza estremizzare la disputa, senza atteggiamenti che neutralizzano qualunque opposizione e ci trasformano in vecchiette sull’autobus perennemente arrabbiate."

(Francesco Piccolo citato da Annalena Benini sul Foglio del 29 dicembre 2009)

Una classe politica dedita alla beneficenza (con lo spauracchio dei forconi)

Mattia Feltri su La Stampa di ieri 16 maggio:


«Non è demagogia ma senso di responsabilità»

Ma non è per demagogia, dicono. È per senso di responsabilità. E, per senso di responsabilità, da qualche giorno i capintesta della maggioranza propongono di tagliare di qui e tagliare di là, tagliare naturalmente il numero dei parlamentari, tagliare i loro emolumenti, tagliare qualche mensilità, due o tre, tagliare le auto blu, tagliare qualcosa basta tagliare. Ieri la competizione è stata serrata. Ogni venti minuti saltava su uno a dire che si doveva tagliare subito e bene, seguito da un altro che diceva che si doveva tagliare prima e tagliare meglio. Non per demagogia, però. È per senso di responsabilità. Lo dice per esempio il ministro Gianfranco Rotondi, che vorrebbe tagliare «per essere in sintonia con un Paese che ha bisogno di sentirsi guidato da una classe dirigente autorevole e capace di sacrifici».

E dunque Rotondi ha proposto «la rinunzia» dei parlamentari a tre mesi di indennità. L’idea è simile a quella del capogruppo alla Camera del Popolo della libertà, Maurizio Gasparri, il quale pure si sentirebbe molto sollevato se deputati e senatori («ma anche gli alti dirigenti pubblici pagati ben più dei politici») devolvessero tre mensilità alla nazione e al buon nome della classe dirigente. Ma Gasparri non è uomo da accontentarsi del pareggio: «Meno spese nei palazzi, ecco quello che serve». Meno spese a Montecitorio, meno spese a Palazzo Madama, meno spese al Quirinale. Ed è difficile valutare se il progetto di Gasparri sia più o meno incisivo di quello del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che di mesate ne offrirebbe una sola, ma vita natural durante, se abbiamo ben capito: «Ho una proposta precisa, devolvere ogni anno uno stipendio intero di tutti coloro che hanno responsabilità politiche o manageriali connesse alla politica».

Davanti a questi lampi di rettitudine, non poteva restare nell’ombra un altro degli ex colonnelli di Gianfranco Fini (ora graduati di Silvio Berlusconi), e cioè Altero Matteoli: «Giusto chiedere sacrifici prima a coloro che sono largamente remunerati». Il disegno è generico, ma il solco è quello. Non per demagogia, è chiaro. Non è per demagogia, probabilmente, che da qualche lustro si discute della riduzione dei parlamentari, e al momento sono 945, senza contare i senatori a vita. E tutti sono d’accordo, specialmente i parlamentari, sulla necessità di ridurre i parlamentari. E però i parlamentari non si riducono mai. E certo non sarà demagogia alzarsi una domenica mattina, quando ormai è chiaro che la crisi obbligherà il governo a mettere le mani nelle tasche degli italiani, e soffiare nelle trombette della sobrietà ritrovata, uno qui e uno di là, uno di meno e uno di più, ma sarebbe stato per niente demagogico se si fossero messi d’accordo su un testo e lo avessero approvato alla svelta, loro che la maggioranza ce l’hanno solida, e se serve sanno essere saette.

E infine, secondo voi, è per demagogia se l’iniziativa di devoluzione di qualche stipendio (che oltretutto sa di beneficenza, e una classe politica dedita alla beneficenza ai cittadini è già oltre la demagogia) non è stata accompagnata da una motivazione che a qualcuno appare più concreta e più urgente, e cioè che non si apparecchia una finanziaria feroce seduti in poltrona, in una casa con vista sul Colosseo, e con la magistratura alla porta, altrimenti arrivano coi forconi?

domenica 16 maggio 2010

La pazienza in una coppia

Sempre Francesco Piccolo, sempre La separazione del Maschio (pag 152), sul rapporto tra il regista e il suo montatore:

La pazienza e la quantità di ore che ci vogliono per riuscire a montare un buon film sono abbastanza da arrivare a questa forma ossessiva di rapporto: eppure non ho dubbi sul fatto che è a questo punto, quando siamo giunti a questa insofferenza profonda, che riusciamo a fare i miglioramenti più importanti.
Non a causa dell'insofferenza, ma perchè l'insofferenza è il segnale che siamo stanchi del film e di noi stessi, ed è dentro a questa stanchezza che farebbe venire voglia di finirla qui, di chiudere il film così com'è, di accontentarsi - è dentro questa stanchezza del film e di noi due che si riescono a trovare gli ultimi passaggi, tagli, miglioramenti. E' nella pazienza che ci vuole a questo punto che il film migliora nella sua parte decisiva.

E' il momento in cui bisogna ritrovare ciò che nel lavoro di mesi si è andato pian piano perdendo: la logica narrativa.

Durante le lunghe settimane insieme, il rapporto tra il montatore e il regista da una parte, e il film dall'altra, arriva ad un grado di conoscenza che supera il limite ed eccede, tanto che abbandona la logica narrativa primaria e comincia a concentrarsi su ogni singolo particolare. Io e il regista senza poterci far nulla ci dimentichiamo pian piano del primo strato del film, quello narrativo, perchè rivedendolo mille volte ne siamo stanchi, lo diamo ormai per socntato, per acquisito. Ed è un granmde errore dare il senso per acquisito: è in questa nevrosi macroscopica che la convivenza si complica e cominciamo a detestarci.
Eppure, quando siamo arrivati al punto dell'esasperazione, quello è il momento in cui, se abbiamo pazienza, se resistiamo (...) se superiamo l'odio che ormai proviamo per quelle immagini, se anzi lavoriamo in compagnia di quell'odio e quella esasperazione, ci torna davanti agli occhi la visone generale della storia, e l a sua ljavascript:void(0)inea più semplice, quella da cui siamo partiti. I particolari tornano a comporsi dentro a un designo generale.

Do the right thing


Molte persone sfogliano i supplementi sula salute, leggendo con interesse ogni singola notizia, ogni settimana. (...) La maggior parte delle volte sono notizie fondate e semplificatorie.
Dicono, per esempio: il cavolfiore combatte i radicali liberi.
Alcune delle persone - forse poche, ma non pochissime - che sfogliando il supplemento leggono questa notizia, richiudono il giornale, scendono in strada, vanno a comprare i cavolfiori e da quel giorno cominciano a mangiarli ininterrottamente; e non solo; godono; non perchè trovino buoni i cavolfiori, ma perchè mentre masticano e ingoiano, pensano: sto combattendo i radicali liberi. Stanno facendo la cosa giusta e si sentono felici. Quasi quasi sentono dentro di loro, a ogni boccone che ingoiano, il cavolfiore che fiondandosi giù combatte e trafigge interi villaggi di radicali liberi.

Francesco Piccolo, La Separazione del maschio, Einaudi 2008
(bel libro, bellissima foto di Carla Cerati in ccopertina)

venerdì 14 maggio 2010

Benedetta


Ho appena provato a scrivere "Benedetta Tobagi" su Google immagini.

I risultati alternano il viso sorridente di una bella ragazza con un certo gusto per le collane e un corpo in bianco e nero riverso tra il marciapiede e un'auto, morto, ammazzato. Penso a come sia stato, vivere, crescere, formarsi, con questa immagine dentro.

Avevo sentito parlare bene del suo libro ma non me ne sentivo particolarmente attratta, mentre ora che sento parlare lei al Salone, con questo semplice ed eccezionale talento storico nel ricostruire ed indagare il contesto intorno alla vicenda familiare, prendendo le distanze dall'emotività sua e nello stesso tempo rispettandone la portata, la applaudo.
Brava ragazza.

giovedì 13 maggio 2010

Conversazione a Cave Creek


William Least Heat Moon, Strade Blu, Einaudi
Verso sud-ovest, 13


-Potrei scrivere un libro sulla mia vita, -commentò lui,- intitolato Diecimila errori. Li ho fatti tutti in tutti i campi: moglie, figli, lavoro, studi. I primi seimila neanche li ricordo più.
-Anch'io sono a buon punto- prima volevo stare solo, ma ora quella compagnia mi faceva piacere -Gradisce un po' di caffè e bourbon?-.

La sua faccia si mosse come per liberarsi da un'angoscia costante, ma qualcosa d'impercettibile glielo impedì: anzi, aveva l'impressione infelice di chi s'infila un costume bagnato.
-Non dovrei bere. Sono appena uscito dall'ospedale dove mi hanno fatto i "normalissimi esami" di chi sta per morire. I dottori sospettavano un cancro al colon, poi hanno ripiegato sulla colite ulcerosa per accertare finalmente un polipo rettale.

Ci conoscevamo da pochi minuti e quell'uomo mi aveva già confessato diecimila errori e un disturbo nelle zone più intime. Mi chiesi dove saremmo arrivati in capo a mezz'ora.
(...)
Il ghiaccio era rotto. Nel presentarsi mi disse che era di Tucson e che lavorava in banca all'ufficio fidi.
- Le cose che ha detto poco fa sapevano di guai coniugali-, osservò.
-E' probabile, ma intendevo dire che di solito le azioni passate condizionano il nostro stesso giudizio sulle azioni presenti, e soprattutto l'opinione che gli altri si fanno di noi. Invece in viaggio non possiamo essere diversi da ciò che siamo in quel certo momento. La gente non ci conosce e non può rinfacciare il nostro passato. In viaggio non esistono ieri-.

Ero di nuovo un profeta. (...)

Mi venne il sospetto che si buttasse a pesce da una crisi all'altra perchè le crisi, conferendogli una statura tragica, lo facevano sentire importante. Aveva talmente fiducia nel mondo esterno che senza crisi non sapeva di cosa parlare. Man mano che le sue parole rintoccavano a morte, si capiva che era estremamente abile nel crearsi da solo una vita frustrante.
(...)
Avreio voluto prenderlo a schiaffi, svegliarlo: era una persona che aveva certamente la capacità di vedere, ma non il coraggio di guardare. Razzolava nelle superficialità della vita per paura di immergersi nelle correnti profonde che lo trascinavano via. Era un uomo che giocava a nascondersi con la sua stessa vita, timoroso di muoversi, estremamente bloccato e troppo preso a compiangersi.

Just a mirror for the sun



Keith Richards a Villa Nellcôte ©Dominique Tarlé/ La Galerie de l'Instant, Parigi
Da l'Espresso.


So much as come before those battles lost and won
This life is shining more forever in the sun
Now let us check our heads
And let us check the surf
Staying high and dry's
More trouble than it's worth
In the sun

Just a mirror for the sun

mercoledì 12 maggio 2010

Robe da matti


Trascrivo paro paro da Non Leggere Questo Blog (che ovviamente vale la pena di leggere), scoperto grazie a Piovono Rane:

"Io non riesco proprio a capirli questi inglesi, dare il Paese in mano a 2 adolescenti, ma siamo impazziti? Quelli in coppia fanno l'età di uno dei nostri, che mi sembrano più maturi e consoni a svolgere ruoli così delicati. 70, 80 anni, ecco, l'età della ragione. Ma poi Brown, Brown, non penso che a lui, è tutta colpa sua ... che mi hai combinato Brown! E' ovvio abbia perso: in Campagna Elettorale è andato in Tv a sfidare quegli altri 2, più giovani e belli di lui, è andato a parlare di programmi, di robe serie, e quelli l'hanno fregato! Non era meglio una leggina ad hoc sulla Par Condicio, e chiudere tutti i programmi di approfondimento, del tipo fuori il dente e fuori il dolore? Almeno avesse gridato alla "trama oscura", questo Brown, ad un misero "complotto", per Dio, un urletto, una "congiura", una "manovra", una "riconta dei voti", un "decreto salva-liste", qualcosa! Perchè non ha "inciuciato" con quel Clegg, perchè non le ha provate tutte? Non sto scherzando, mi ha fatto male al cuore vederlo lasciare Downing Street così, sorridente, fiero, assieme alla propria famiglia."

Paese piccolo, la gente mormora


(Via Daniele Sensi)

Torino nichilista, barocca, folle


Prosegue su La Stampa l'elegia per immagini di Matteo Pericoli, stavolta con un testo di Giuseppe Culicchia (che si alterna a Gambarotta). E ci si innamora.

"Un giorno, mi sono detto guardando fuori da questa finestra da cui malgrado l’avvento delle automobili continuo a vedere un cavallo, sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme. E non pensavo certo all’abbraccio di un altro cavallo, ma a una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato.
Io, mi sono detto, vedendo oltre al cavallo la mia immagine riflessa, non sono un uomo, sono dinamite. Sono stato Budda fra gli indiani, Dioniso in Grecia. Mi sono incarnato in Alessandro e in Cesare. Alla fine, sono stato anche Voltaire e Napoleone, forse persino Richard Wagner. Sono anche stato crocifisso. Ma questa volta sono nelle vesti di Dioniso vittorioso, e sulla terra sarà un giorno di festa. So bene che secondo la leggenda proprio qui a Torino, mentre scrivevo Ecce Homo, sarei diventato pazzo.

Ma la vita non è cento volte troppo corta per annoiarsi?
Senza contare che la pazzia è nei singoli qualcosa di raro, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli e nei tempi è la regola: ormai ve ne sarete accorti, basta scorrere i titoli delle gazzette.
Come dite? Sono bugiardi?

Ma non siete proprio voi ad aver bisogno della menzogna per vivere?"

Quel bel buon senso

Il Secolo d'Italia (chapeau chapeau, ecchecavolo sono stufa di fare chapeau, cosa dice la sinistra???) sul caso Gugliotta scrive cose semplici e chiare, impregnate di quel sano buonsenso che in un paese normale sarebbe scontato, e in Italia invece è tanto inaudito e coraggioso da trovarsi ai margini.
Credo che lo abbia scritto la Perina.

"Sarebbe stato bello ascoltare, magari a Chi l’ha visto? che ieri ha parlato della vicenda, un messaggio di solidarietà e attenzione del ministro dell’Interno Maroni alla mamma di Stefano Gugliotta, il ragazzo pestato al Flaminio da un gruppo di agenti di polizia in servizio di sicurezza intorno allo stadio. Bello e utile, perché se c’è un modo di disincentivare abusi di questo tipo – che possono avere esiti fatali, come dimostrano le vicende di Stefano Cucchi e Gabriele Sandri – e di rassicurare le tante madri sconcertate dal caso di Stefano, è appunto quello dei gesti simbolici: una lettera, una visita, un abbraccio potrebbero rendere chiaro più di mille leggi che lo Stato non apprezza la violenza gratuita, che non strizza l’occhio a chi la pratica forte di una divisa, che è stufo di essere messo in difficoltà da questo tipo di intemperanze. La destra, che delle forze dell’ordine si è posta sempre come “interprete”, difendendole talvolta anche al di là di ragionevoli dubbi, ha il dovere di aprire una riflessione su tutto questo, anche tenendo conto di un dato che dovrebbe colpire tutti: mentre i poliziotti picchiavano (senza apparente motivo) il venticinquenne romano, la gente dalle finestre gridava “Basta”, “Vergognatevi”, perchè l’immagine di sei o sette adulti che circondano un ragazzo e lo pestano non piace a nessuno, nemmeno all’opinione pubblica più stressata dagli allarmi securitari di ogni genere. E dai poliziotti ci si aspetta che identifichino e magari arrestino, non che alzino le mani su una persona disarmata ed evidentemente indifesa. Luigi Manconi, che queste cose le segue e le affronta da tantissimo tempo, sostiene che il moltiplicarsi di questo tipo di episodi è figlio di un’incomprensibile escalation dell’allarme sociale, di una sorta di “stato di eccezione permanente” dove qualunque evento fuori dalla norma è visto come una minaccia all’ordine pubblico. Un certo margine di disordine, dice, è a suo modo parte di una vita sociale “ordinata” se lo si amministra con saggezza. Se al contrario si cavalca la paura incasellando ogni partita di calcio, ogni raduno politico, ogni fenomeno giovanile, ogni esperienza non conforme, in un pericolo da allarme rosso si giustificano implicitamente reazioni spropositate che non creano ordine ma producono ulteriore caos. Nell’ultima settimana, ad esempio, abbiamo visto un colossale spreco di energie intorno alla manifestazione del Blocco Studentesco nella Capitale, raccontata come una specie di marcia su Roma e come tale affrontata da tutti gli attori in causa, Questura, avversari politici, opinionisti. Eppure, alla prova dei fatti, si è trattato di una normale dimostrazione di studenti. Così come nella Roma-Inter di domenica scorsa, presentata come la madre di tutte le battaglie da stadio, gli incidenti si sono limitati all’ordinaria amministrazione, qualche lancio di oggetti e un paio di cariche di alleggerimento. E tornano alla mente anche episodi più complicati, come la cosiddetta rivolta dei clandestini a Rosarno – che, si scoprì poi, erano tutti regolari e “regolarmente” tartassati dai clan della ‘ndrangheta – o vagamente ridicoli, come la psicosi dell’influenza suina che ha paralizzato il servizio sanitario nazionale e svuotato le sue casse prima che emergesse ciò che era piuttosto evidente fin dall’inizio: si trattava di un virus quasi innocuo, molto meno pericoloso della normale influenza stagionale. L’emergenzialismo senza emergenza è un macigno psicologico di cui la politica deve liberarsi, facendo leva anche sulla sua esperienza. La generazione oggi al governo ha in gran parte formato se stessa tra gli anni della strategia della tensione e gli anni di piombo, ed è quindi perfettamente in grado di fare la tara ai fatti che è attualmente chiamata a gestire, dal bullismo a scuola al tifo estremo, dalle occupazioni di case alla movida in centro, dalle prostitute sulle consolari alle risse tra stranieri, ridimensionandoli per quel che sono: non manifestazioni eversive ma fenomeni metropolitani e generazionali tipici di tutte le società libere e sviluppate, che le democrazie possono contenere e sanzionare senza eccessi nevrotici. Trattare un ragazzo senza casco, sospettato di essere un ultras, come un pericoloso terrorista in fuga è un eccesso su cui la politica dovrebbe cominciare a esprimersi senza il consueto rinvio al «chiarimento delle responsabilità», dimostrando (e non sarebbe poco) di saper essere garantista anche con i deboli e non solo con i forti e i fortissimi".

martedì 11 maggio 2010

Sperare intensamente nella piena del Ticino....


O magari un'onda anomala. Uno Tsunami. Il DDT. Le cavallette!

Il mulino bianco fa schifo, punto.

Massimo Bernardi sui trend nel mondo del Mulino Bianco.

Donne vere vs femmine sgocciolanti


Lunedì scorso su Il Giornale (chapeau) Melania Rizzoli scriveva in modo stracondivisibile che -salvo patologie- le donne non puzzano, non se la fanno nelle mutande, non hanno bisogno di svuotarsi l'intestino ogni tre per due e vivono felici persino in quei giorni, sia ben chiaro, per quanto sia evidente il proliferare di spot grotteschi che umiliano le donne. E basta!

"Tutti questi capolavori pubblicitari naturalmente sono girati da uomini che non capiscono niente delle donne, che escludono la popolazione maschile da qualsiasi problema intestinale o urinario, e che vogliono solo vendere il prodotto, per cui cercano di rendere volgare, ridicolo e patologico ogni cosa che riguarda le donne stesse e propongono il loro rimedio «terapeutico» per eventi invece assolutamente naturali, e che le donne sanno gestire senza i preziosi consigli maschili. Negli spot non c’è alcuna traccia di fascino, di sensualità e di seduzione femminile, quella che gli uomini immaginano e cercano da sempre nelle donne, mentre invece si trovano in tv delle femmine sgocciolanti urine e perdite vaginali, oltre che regolarmente afflitte da terribili problemi di meteorismo intestinale.

Inoltre è bene ricordare che le donne che perdono urine, che non defecano, che hanno perdite durante il mese o che hanno la vulva in fiamme devono andare dal medico, perché è presente una patologia specifica, da trattare con farmaci veri e comunque sono una minoranza. Tutte le altre non hanno l’ossessione delle feci, delle urine o delle mestruazioni, ma vivono la loro vita di donna in modo naturale e sereno, senza tutte quelle ossessioni dipinte e descritte dagli uomini in modo ridicolo e respingente negli spot pubblicitari.
Per favore, cari committenti di pubblicità, per ottenere dei prodotti efficaci e proficui, iniziate a chiedere che a scrivere e girare gli spot siano delle donne, quelle normali, quelle vere che affrontano ben altri problemi quotidiani, che non siano proprio soltanto quelli digestivi, mestruali e fecali!"

Raccontare l'essenza


Francesco Zizola, forse il migliore fotoreporter italiano, di certo il mio preferito, romano, caldo, ospite de La7, da vedere, anche se è di quasi un mese fa.



"Caravaggio ha segnato il mio universo visivo, così come Antonello da Messina.
Innanzitutto l'uso della luce, una grande capacità di considerare quindi l'immagine non tanto la riproduzione del reale piuttosto l'interpretazione di uno spirito insito nelle persone."

lunedì 10 maggio 2010

Nella vita i soldi sono tutto

Le idee folli perseguite ad oltranza mi entusiasmano sempre.
E quindi oggi una ola per Luoghi Comuni al Contrario, delizioso, e se volete è anche un libro.

Non vorrei che diventando amici rovinassimo il nostro fidanzamento.

Avevo promesso, lo so

Ma il photoblog di Paolo Virzì sul Post è così bello, ma così bello.

domenica 9 maggio 2010

Noi continuiamo

La classe non è acqua


Una giornalista (un po' scollacciata) di una tv spagnola chiede a Ibrahimovic di commentare la foto che lo ritrae in tenero atteggiamento con un compagno di squadra. Esemplare il self control, l'autoironia, la classe della risposta (in mezzo italiano):

-Ibra que te pare esta fotografia?
-(...)
-Vieni a casa mia che ti lascio vedere qui es maricon.
-Y porta tu hermana!

Il video qui.

giovedì 6 maggio 2010

L'isola dell'amore

Io e te partiremo
su un aereo di carta
in tre ore per passare il mare
dove il vento ci porta
un aereo di carta di giornale
che porta la notizia che
io e te siamo partiti
e non si sa dove siamo finiti
e cadremo alla fine giù
tra gli indigeni sbigottiti
tu sarai principessa
io cuoco
con l’aereo di carta faremo
la prima notte un gran fuoco
e così ritornare
indietro non si può
ti darò le perle che trovo
nelle ostriche del brodetto
ti andrà via col sole integrale
il segno del reggipetto
e tutte le notti
con la luna che ci tiene svegli
faremo l’amore l’amore
senza tregua come conigli
e diranno basta maiali
gli indigeni scandalizzati
siamo in un posto libero
ma voi siete troppo liberati
per favore, per favore
un poco di pudore
un poco di pudore
non ve ne approfittate
anche se questa è l’isola dell’amore

Stefano Benni

(sto benissimo, tranquilli, questo post è frutto di un corto circuito mentale tra L'isola dei famosi e il Partito dell'amore, che dio ce ne scampi da entrambi)

Alla fine tutti perdiamo tutti

"Perchè i fiammiferi sono così corti? Passo."
"Che cosa intendi? Passo."
"Bè, sembra sempre che finiscano subito. Tutti corrono sempre verso la fine, e qualche volta ti bruciano anche le dita. Passo."
"Io sono un po' testona (...) ma credo che i fiammiferi siano corti perchè così ci stanno nelle tasche. Passo."
(...)
"Ma allora, perchè non fanno tasche più grosse? Passo."
(...)
"Ma allora, perchè non inventare una tasca portatile? (...) Fatta come una calza, ma con l'esterno di velcro, così la puoi attaccare a qualsiasi vestito. Non sarebbe una borsetta, perchè in realtà diventa parte dei vestiti che porti, ma neanche proprio una tasca...(...).

A noi servono tasche molto più grandi, ho pensato a letto, mentre contavo i sette minuti che ci vogliono in media a una persona per addormentarsi.
Servono tasche enormi, tasche abbastanza grandi per le nostre famiglie, e per i nostri amici, e anche per le persone che non sono nelle nostre liste, gente che non abbiamo mai conosciuto ma vogliamo proteggere.
Servono tasche per i distretti e per le città, una tasca che possa contenere l'universo.

(...)

Però sapevo che non possono esistere tasche così grandi, e che alla fine tutti perdiamo tutti.
Non c'era un'invenzione che potesse risolvere questo problema e così, quella notte, mi sono sentito come la tartaruga che sostiene tutte le cose dell'universo.

Jonathan Safran Foer
Molto Forte, Incredibilmente vicino, Guanda
pagina 85/88

E allora querelateci tutti

Viviamo in questo paese.

Dentro la notizia


Letto sul Corriere on line il seguente articolo, riporto di seguito le notizie che se ne ricavano:

1) i ristoratori romani sono maleducati ma sanno fare le battute, comunque all'Antica Pesa ci va gente di classe (vedi al punto 2, e anche Pertini e Juan Carlos, scusate se è poco, tel. e fax e giorno di chiusura chiedete in redazione)
2) Giovanni Malagò e Pietro Calabrese erano a cena con Luca Cordero di Montezemolo (cicca cicca al resto del mondo, marcoranzani docet)
3) Luca Cordero di Montezemolo gira normalmente su una Maserati (piccola comunicazione di prodotto)
4) la moglie di Luca Cordero di Montezemolo invece va con una Panda "più snella nel traffico romano" (piccolo spazio pubblicità)
5) le ex modelle di Gucci e gli imprenditori di Miami stanno all'Hotel de Russie, Piazza del Popolo (mancano solo telefono e fax, nell'articolo, e comunque complimenti al redattore, quattro marchette in un paragrafo sono quasi un record)
6) last but not least, Luca Cordero di Montezemolo scenderà in politica, e questo è certo, per via dei seguenti fattori:
6a-riconoscibilità internazionale ("ho consegnato loro un biglietto da visita, si sono convinti e alla fine mi hanno anche riconosciuto").
6b-patriottismo ("vede, mi dispiace sentir disprezzare l’Italia. Ma siamo sempre lì").
6c-programma solido ("se ognuno di noi facesse la sua parte e tutti insieme facessimo squadra, questo Paese non avrebbe rivali al mondo")
6d-il berlusconismo ha definitivamente rotto le palle ("invece...")

Questo non è esilio, è abisso

Umberto Galimberti su D di Repubblica, 1 maggio 2010



(...) E' risuonata in me una delle metafore più potenti della condizione umana. Non quella del “pellegrino” che si dirige verso una meta, che la nostra cultura cristiana indica nella vita eterna o nella salvezza, ma quella dello “straniero” che proviene da un altro luogo, e a quelli del luogo appare “strano”, non familiare, incomprensibile.

Allo stesso modo il luogo che lo straniero si trova ad abitare è per lui estraneo e
perciò carico di solitudine. Angoscia e nostalgia della terra che ha lasciato sono parte del destino dello straniero che, non conoscendo le strade del paese estraneo, girovaga sperduto. Se poi impara a conoscerle troppo bene, allora dimentica di essere
straniero e si perde in un senso più radicale, perché, soccombendo alla familiarità di quel mondo non suo, diventa estraneo alla propria origine.

Nell’alienazione da sé l’angoscia sparisce, ma incomincia la tragedia dello straniero
che, dimenticando la sua estraneità, dimentica anche la sua identità. Tutto ciò appartiene alla sofferenza dello straniero, ma anche alla sua eccellenza, perché la sua estraneità gli vieta di confondersi con gli altri e di disertare quella vita segreta, sconosciuta all’ambiente circostante e ad esso impermeabile, perché incomprensibile. Entrambi gli aspetti dello straniero: l’“estraneità” e la "superiorità”, la sofferenza e la differenza fanno di lui un essere che abita il mondo senza esserne coinvolto, richiamato da un al di là che disabita, che lei chiama "paradiso” e io più semplicemente “congedo dalla terra”, indifferente alla vicenda umana.

Per capire questo desolato girovagare di pensieri può esserci d’aiuto Pascal con quel suo frammento (264) che esalta la dignità dell’uomo: "L’uomo è solo una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante. E anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, mentre l’universo non ne sa nulla". (...)

L’indifferenza della terra, la sua estraneità all’evento umano che ospita a sua insaputa e a cui invia solo un messaggio di solitudine, è ben più radicale della
solitudine con cui gli uomini circondano i loro simili. A questo punto le concedo l’“indigenza” della condizione umana, non la sua “indecenza”.

Una parola, questa, che nasconde una certa rabbia per una vuota promessa che un tempo devono averle fatto circa il senso della vita.

mercoledì 5 maggio 2010

Soddisfazioni

Si reincarna in una donna, la prima cosa che vorrebbe sperimentare?
"Farei sesso con me stesso, ma probabilmente non andrei fino in fondo. Mia madre mi ha sempre detto di andare a farmi fottere: non vorrei darle quella soddisfazione".

Shalom Auslander, autore di A Dio Spiacendo, Guanda, 2010, intervistato su D di Repubblica, 1 maggio 2010.

Ehhhh ggggggià



"Un uomo ha successo se si sveglia al mattino, va a letto la sera, e nel frattempo fa quello che voleva fare".
Bob Dylan citato da Amanda Petrusich, quella qua sotto.

Senso di falsa intimità, dici?

"Ho un iPhone ma cerco di ignorarlo. La tecnologia è grande quando ti facilita la vita, ma è la morte se le permetti di isolarti, perchè crea quel senso di falsa intimità. Avete presente guardare una persona negli occhi?"

Amanda Petrusich, critico pop di Pitchforkmedia, intervistata da D di Repubblica di sabato 1 maggio.

martedì 4 maggio 2010

Piccola riconoscenza

Carlo Bonini è il giornalista di Repubblica che con un crescendo appassionante ci ha tenuti aggiornati sui fatti soprannaturali accaduti durante la transazione dell'appartamento della figliola del ministro Scajola, via del Fagutale 2 (tra parentesi, ancora non ho letto da nessuna parte che il posto sarà d'eccezione ma la palazzina è proprio brutta, proprio). Allora io esco a pranzo anche se piove e mi compro il libro di Carlo Bonini.

La sorpresa è che nessuno si sorprende

La migliore sintesi del perchè ci si incazza l'ha data Feltrino su La Stampa, ieri:

IL SENSO DEL MINISTRO PER GLI AFFARI
Mattia Feltri, La Stampa, 3 maggio 2010

Claudio Scajola acquistò casa con vista sul Colosseo nel 2004. Secondo l’accusa, la casa costò 1 milione e mezzo, e 900 mila euro furono pagati dal costruttore Diego Anemone. Scajola nega: «Ho pagato la somma pattuita pari a 610 mila euro». In una delle tante interviste lette sui quotidiani di sabato, il giornalista chiede: «610 mila euro per 180 metri quadrati, non le sembra poco?». Scajola risponde: «Mi sono documentato in questi giorni. Basta fare una rapidissima indagine sui prezzi degli immobili a Roma in quel periodo e si vedrà come il prezzo da me pagato sia in linea con quello di mercato per un immobile di quel tipo in quella zona».

In effetti basta fare una rapidissima indagine e si scopre (Censis 2005) che nel 2004 Roma era la città più cara d’Italia: il prezzo medio al metro quadrato era di 3 mila e 900 euro. Prezzo medio, e cioè facendo sintesi fra una casa di borgata e una, diciamo, vista Colosseo. Ma Scajola (che colpo!) la pagò 3 mila e 300 euro al metro. Sotto la media: magia. Il quartierino in questione sorge a Colle Oppio (cento metri dal Colosseo, proprio sulla Domus Aurea di Nerone): se uno fa un giretto in Google, e controlla i prezzi del 2004 a Colle Oppio, vedrà che il ristrutturato non era mai sotto i 10 mila euro al metro e poteva arrivare a 14-15 mila. Il non ristrutturato, se andava bene, ma proprio bene, si attestava sui 7 mila e 500 euro.

Ecco, basta fare una rapidissima indagine e si scopre che Scajola è quantomeno un uomo molto fortunato. Ma se sopravvive il sospetto che Scajola acquisti appartamenti alla metà della metà perché è un uomo abile, beh, uno così bisognerebbe farlo Presidente dei Mutuatari, o forse ministro della Casa (con vista), oppure direttamente Santo.

Bisogna sempre per forza parlare d'amore?


Blog stupendo: VIODIO.

Contemporaneamente, Vittorio Zambardino di Scene Digitali scrive questa cosa, che è il massimo che io posso condividere sulle questioni calcistiche che attanagliano il paese:

Vi Odio: non è istigazione, è catarsi

Ore 7,00. Non c’è bisogno di citare i forum dei giornali, i siti dei tifosi o le telefonate alle radio della capitale per dire che a Roma, dopo la discussa partita Lazio-Inter c’è stata una polemica che è sfociata in piena guerra civile verbale. Non sorprende nemmeno che gran parte di questo scontro fosse realizzato con la stessa lingua della politica. Si sono lette “indignazione a corrente alternata”, “giustizia spazzatura” e cose del genere. L’aria del paese è questa. Le cattedre sono quelle.

E poiché i ragazzi intelligenti esistono ancora e sono forse la nostra ultima speranza, su Facebook tre di loro hanno creato questo banner che vedete qui a sinistra. Vi Odio. “Vi Odio” essendo uno dei titoli più diffusi tra i gruppi Facebook. Gli autori hanno consigliato a tutti di sottoscrivere la pagina che si chiama allo stesso modo e di riutilizzare il logo come una vaccinazione “virale” contro l’odio. Ovvio che il banner sia utilizzabile in modo letterale, per vere campagne di odio, ma diciamo che l’ironia tradisce i seriosi. Quanti hanno aderito al gruppo? 30 mila persone. E oltre 50 mila hanno espresso il loro “mi piace”. Si spera tutti consapevoli del gioco.

Ma restiamo il paese del “Vi Odio” a prescindere. Non è il nemico del momento a contare, il laziale, lo straniero, l’interista e l’africano. Ma è che proprio stiamo sviluppando con gli anabolizzanti la funzione dell’Odio. Speriamo che la provcazione funzioni. Ma c’è poco da sperare.

lunedì 3 maggio 2010

Tradutore simultaneo

Giuliano Ferrara oggi sul Foglio:

«Al Cav. da qualche tempo capita, sempre più spesso, di rimanere isolato, estraneo a se stesso perché estraniato da gente che gli parli in modo non professionale, con un minimo di decente distanza, in perfetta autonomia, in privato».

Traduzione di Piovonorane:

«Bei tempi quando il Cav. mi dava retta, quando ero io il suo consigliere occulto, gli scrivevo i discorsi e lo mandavo pure a dare la mano a Napolitano. Adesso che non mi degna più e ascolta solo quei leccapiedi di Cicchitto e Bondi, guardate in che casini si è cacciato con Fini e Bocchino».


(Dal blog di Alessandro Gilioli, Piovono Rane)
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