giovedì 29 aprile 2010

Gli Svarowski di tua madre? Li ho buttati!


Intervista a Gabriella Buontempo, Mrs. Italo Bocchino, su Panorama del 18/02/2010:

E che vi dite dei dissapori tra Fini e il premier?
Su questo non ci sono divergenze. Ci auguriamo che possano essere superate al più presto. È un momento di assestamento.

Tornerà una stagione d’oro per la politica?
Ne sono convinta. È come quando si entra in una casa nuova e ci sono i mobili da sistemare. In questo momento Fini e Berlusconi stanno decidendo come disporre il letto, i tappeti, gli armadi nella casa del Pdl. È tutta una questione di misure.


E le misure, purtroppo, contano. (.ndr)

Logiche conseguenze

Se "tutti nel PdL devono capire che non si può sputtanare il partito” (Berlusconi, ANSA), allora Scajola ha il cappio in mano.
Ma è quasi certo che io e Mister B. abbiamo un concetto diverso di sputtanamento.

Lunga e diritta correva la strada


Su La Stampa di oggi, un lettore racconta una strage da dentro.
Gramellini gli cede lo spazio in prima pagina, chapeau, e commenta.
Io guardo la foto, la porto qui, per pensarci prima di fare cazzate.

Silenzio.

mercoledì 28 aprile 2010

Ma tu alle serate con gli scambisti non hai mai voluto partecipare

Allora, Gianfranco, parliamoci chiaro: sono venuto da te martedì, e davanti a Heidi e suo nonno mi hai detto: punto primo, mi sono pentito di avere collaborato a fondare i Quattro dell'Ave Maria; punto secondo: voglio fare un gruppo neocatecumenale diviso. Queste cose diciamocele tra noi, facciamo le serate con gli scambisti, ma tu alle serate con gli scambisti non hai mai voluto partecipare, visto che non hai partecipato nemmeno, per essere super partes, alla gita a Ischia con l'aliscafo! Se vuoi fare queste inseminazioni ti accogliamo a a fucilate: ma le fai da uomo politico nel partito e non da Presidente della Corte d'Appello!

Su Metilparaben il generatore automatico di attacchi di Berlusconi a Fini.

Non voglio morire, sono un vigliacco!


Ricordando Furio Scarpelli, sceneggiatore de "La Grande Guerra", inventore di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca.

Letto in giro vs. Il Post

Da una settimana c'è Il Post, il mondo è già più bello, i glicini spandono profumo, ma io sono in crisi.
Che senso ha il mio blog ora che c'è il Post?
Fa già tutto il Post.
Io vorrei lavorare al Post.
Anzi io vorrei essere il Post.

Quindi da ora in poi non mi resta che scrivere di sospiri, sesso e ricette (ma solo quelle pesanti).
Come canto del cigno, copio dal Post questo pezzo fantastico di Mantellini.
Poi, Luca, la smetto.
Oppure inizio a mettermi il gilet di lana pure io, ecco, in un mondo in crisi c'è bisogno di aggrapparsi a qualche cosa.

Internet spiegata a Umberto Eco

Massimo Mantellini su Il Post
28 aprile 2010

È da oltre un decennio, fin da quando la parola Internet era un termine esoterico noto solo a sperimentatori e informatici, che Umberto Eco ripete più o meno la stessa frase. Con piccole varianti il concetto è quello che ha espresso a El País in un’intervista di qualche giorno fa:
Inoltre, non si sa mai se una notizia data su Internet sia vera o falsa. Non è così per i giornali o i libri, perché più o meno si sa che El Pais è una cosa e la ABC un’altra, che Le Figaro è ben distinto da Libèration. A seconda di quale giornale si acquista, si conosce quale sia la sua posizione, della quale ci si fida oppure no.
Stendendo un velo sulla autorevolezza a priori dei giornali, la questione secondo la quale Internet, per propria intrinseca debolezza, non consenta alle persone di distinguere le notizie vere da quelle false è un punto di vista certamente sostenibile, ma anche vecchio, leggermente antipatico e perfino un po’ trombone. Perché mai dovrebbe essere così? Si tratta di una idea che era ragionevole in epoca pre-Google, ai tempi dell’information overload, quando i criteri di orientamento fra le informazioni in rete erano aleatori e diversissimi, drogati magari dai link a pagamento dei motori di ricerca, o indirizzati dai metatag, bandierine che chiunque poteva piantare su qualunque pagina web per segnalare agli spider dei motori di ricerca tutto e il suo contrario.
Dal Pagerank in avanti, dai blog fino ai legami fittissimi e continui creati dalle reti sociali, i criteri di emersione dei contenuti in rete, la loro reputazione e autorevolezza, hanno iniziato a seguire una dinamica molto diversa da quella che Umberto Eco racconta. Questo certamente non elimina dalla circolazione le bufale – le quali hanno del resto una discreta tendenza a migrare dalla rete ai fogli dei quotidiani – e Internet stessa crea talvolta fenomeni di rapidissima amplificazione di notizie false: ma è lo stesso ambiente di rete che consente ai cittadini di smascherarle, confutarle, ridicolizzarle.
Tutto sta nel decidere se si accetta l’idea di Internet come centro del proprio universo informativo oppure no. Senza citare teorie e dinamiche sociali ormai da molti riconosciute (da molti evidentemente ma non dall’autore del Pendolo), la grande differenza fra oggi e ieri è che oggi in rete chiunque (e non solo gli uomini di cultura che Eco cita sempre con un misto di personale distinzione e snobismo sabaudo) abbia curiosità e voglia può seguire le traiettorie di notizie che fino a ieri avrebbe accettato, inchiostrate su una pagina di giornale, come verità rivelate.
I libri e i giornali, esattamente come Internet, sono pieni di stupidaggini. Su Internet ce ne sono parecchie in più ma in rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle, e possono aiutare gli altri a fare altrettanto. Altrove c’è invece bisogno di un Professor Eco che faccia il lavoro per loro. Se invece il problema è che ci sono poche persone curiose, oppure poche persone colte, Internet è in grado di aiutarle a diventarlo, esattamente come i libri o i quotidiani o il Professor Eco. Dal che si deduce che sparare sul pianista è, in questo caso, opera certamente insistita ma non meritoria.

Michel Foucault su PPP

Repubblica — 27 aprile 2010 pagina 50-51 sezione: CULTURA

La recensione di Michel Foucault (1977) sul documentario Comizi d'Amore di Pier Paolo Pasolini (1963).

Come nascono i bambini? Li porta la cicogna, da un fiore, li manda il buon dio, o arrivano con lo zio calabrese. Guardate il volto di questi ragazzini, invece: non danno affatto l' impressione di credere a ciò che dicono. Con sorrisi, silenzi, un tono lontano, sguardi che fuggono a destra e sinistra, le risposte a tali domande da adulti possiedono una perfida docilità; affermano il diritto di tenere per sé ciò che si preferisce sussurrare. Dire "la cicogna" è un modo per prendersi gioco dei grandi, per rendergli la loro stessa moneta falsa; è il segno ironico e impaziente del fatto che il problema non avanzerà di un solo passo, che gli adulti sono indiscreti, che non entreranno a far parte del cerchio, e che il bambino continuerà a raccontarsi da solo il "resto". Così comincia il film di Pasolini. Enquête sur la sexualité (Inchiesta sulla sessualità) è una traduzione assai strana per Comizi d' amore: comizi, riunioni o forse dibattiti d' amore. È il gioco millenario del "banchetto", ma a cielo aperto sulle spiagge e sui ponti, all' angolo delle strade, con bambini che giocano a palla, con ragazzi che gironzolano, con donne che si annoiano al mare, con prostitute che attendono il cliente su un viale, o con operai che escono dalla fabbrica. Molto distanti dal confessionale, molto distanti anche da quelle inchieste in cui, con la garanzia della discrezione, si indagano i segreti più intimi, queste sono delle Interviste di strada sull' amore. Dopo tutto, la strada è la forma più spontanea di convivialità mediterranea. Al gruppo che passeggia o prende il sole, Pasolini tende il suo microfono come di sfuggita: all' improvviso fa una domanda sull' "amore", su quel terreno incerto in cui si incrociano il sesso, la coppia, il piacere, la famiglia, il fidanzamento con i suoi costumi, la prostituzione con le sue tariffe. Qualcuno si decide, risponde esitando un poco, prende coraggio, parla per gli altri; si avvicinano, approvano o borbottano, le braccia sulle spalle, volto contro volto: le risa, la tenerezza, un po' di febbre circolano rapidamente tra quei corpi che si ammassano o si sfiorano. Corpi che parlano di loro stessi con tanto maggior ritegno e distanza quanto più vivo e caldo è il contatto: gli adulti parlano sovrapponendosi e discorrono, i giovani parlano rapidamente e si intrecciano. Pasolini l' intervistatore sfuma: Pasolini il regista guarda con le orecchie spalancate. Non si può apprezzare il documento se ci si interessa di più a ciò che viene detto rispetto al mistero che non viene pronunciato. Dopo il regno così lungo di quella che viene chiamata (troppo rapidamente) morale cristiana, ci si poteva aspettare che nell' Italia di quei primi anni sessanta ci fosse un certo qual ribollimento sessuale. Niente affatto. Ostinatamente, le risposte sono date in termini giuridici: pro o contro il divorzio, pro o contro il ruolo preminente del marito, pro o contro l' obbligo per le ragazze a conservare la verginità, pro o contro la condanna degli omosessuali. Come se la società italiana dell' epoca, tra i segreti della penitenza e le prescrizioni della legge, non avesse ancora trovato voce per raccontare pubblicamente il sesso, come fanno oggi diffusamente i nostri media. «Non parlano? Hanno paura di farlo», spiega banalmente lo psicanalista Musatti, interrogato ogni tanto da Pasolini, così come Moravia, durante la registrazione dell' inchiesta. Ma è chiaro che Pasolini non ci crede affatto. Credo che ciò che attraversi il film non è l' ossessione per il sesso, ma una specie di timore storico, un' esitazione premonitrice e confusa di fronte a un regime che allora stava nascendo in Italia: quello della tolleranza. È qui che si evidenziano le scissioni, in quella folla che tuttavia si trova d' accordo a parlare del diritto, quando viene interrogata sull' amore. Scissioni tra uomini e donne, contadini e cittadini, ricchi e poveri? Sì, certo, ma soprattutto quelle tra i giovani e gli altri. Questi ultimi temono un regime che rovescerà tutti gli adattamenti, dolorosi e sottili, che avevano assicurato l' ecosistema del sesso (con il divieto del divorzio che considera in modo diseguale l' uomo e la donna, con la casa chiusa che serve da figura complementare alla famiglia, con il prezzo della verginità e il costo del matrimonio). I giovani affrontano questo cambiamento in modo molto diverso: non con grida di gioia, ma con una mescolanza di gravità e di diffidenza perché sanno che esso è legato a trasformazioni economiche che rischiano assai di rinnovare le diseguaglianze dell' età, della fortuna e dello status. In fondo, i mattini grigi della tolleranza non incantano nessuno, e nessuno vede in essi la festa del sesso. Con rassegnazione o furore, i vecchi si preoccupano: che fine farà il diritto? E i "giovani", con ostinazione, rispondono: che fine farannoi diritti, i nostri diritti? Il film, girato quindici anni fa, può servire da punto di riferimento. Un anno dopo Mamma Roma, Pasolini continua su ciò che diventerà, nei suoi film, la grande saga dei giovani. Di quei giovani nei quali non vedeva affatto degli adolescenti da consegnarea psicologi, ma la forma attuale di quella "gioventù" che le nostre società, dopo il Medioevo, dopo Roma e la Grecia, non hanno mai saputo integrare, che hanno sempre avuto in sospetto o hanno rifiutato, che non sono mai riuscite a sottomettere, se non facendola morire in guerra di tanto in tanto. E poi il 1963 era il momento in cui l' Italia era entrata da poco e rumorosamente in quel processo di espansione-consumotolleranza di cui Pasolini doveva redigere il bilancio, dieci anni dopo, nei suoi Scritti corsari. La violenza del libro dà una risposta all' inquietudine del film. Il 1963 era anche il momento in cui aveva inizio un po' ovunque in Europa e negli Stati Uniti quella messa in questione delle forme molteplici del potere, che le persone sagge ci dicono essere "alla moda". E sia pure! Quella "moda" rischia di rimanere in voga ancora per un po' di tempo, come accade in questi giorni a Bologna. Traduzione dal francese di Raoul Kirchmayr © RIPRODUZIONE RISERVATA - MICHEL FOUCAULT

Intranet est omnis divisa partes tres, quarum una incolunt Fantoccii



Su quel che di bello si potrebbe fare con i portali interni delle aziende, specie quelle grandi, le riflessioni di Luca De Biase (mica pizza e fichi), dal suo blog:




Ogni grande azienda ha una intranet. Sarebbe bello sapere se c'è una grande azienda contenta della sua intranet. In mancanza di una risposta scientifica si possono porre alcune domande artigianali:

1. Quanti dipendenti usano davvero la intranet? E quante mail sarebbero risparmiate se si usasse bene la intranet? I social network sono il futuro delle intranet?

2. Dove sono gli archivi del sapere aziendale: nelle intranet o nelle inbox della mail dei dipendenti?

3. Chi è responsabile della intranet? I dipartimenti risorse umane hanno certamente molto da fare. Come pure quelli dedicati alla comunicazione interna. Ma tutte le applicazioni che servono alla produzione aziendale sono ovviamente fatti dai dipartimenti informatici. Questi ultimi sono i promotori delle intranet o i freni al loro sviluppo? Chi guida lo sviluppo delle intranet?

4. Le intranet sono portali di notizie e applicazioni ad uso dei dipendenti fondamentalmente separati dal web? O sono uno spazio del web che può essere visto solo dai dipendenti?

5. L'information overload, l'urgenza delle mail e dei cc, la diversità delle diverse funzioni aziendali, rendono le intranet enormemente complesse e poco utilizzate?

Si direbbe che anche le intranet vadano trattate con lo spirito dell'informazione di servizio. Non si scrive più sullo spazio limitato del mezzo di comunicazione, ma sul tempo e l'attenzione limitati delle persone.

Ma il problema qui è decisamente un altro. Un tempo l'informazione interna era una metafora del potere. Se avevi informazioni che riuscivi a fermare sulla tua scrivania avevi un pezzo di potere. Ora l'informazione è diventata un generatore di valore tanto più ricco quanto più condiviso e compreso da tutta la rete delle persone accomunate da uno scopo. Le informazioni devono andare veloci, le cattive notizie devono circolare, le applicazioni devono essere facili da usare...

Forse le intranet non dureranno a lungo nella forma che hanno assunto all'epoca dei portali. E la loro nuova forma dovrà essere mutuata dall'insieme dell'evoluzione della rete.

Forse potrebbero essere molto più facili da usare se fosse più forte la loro guida. Forse potrebbero essere organizzate in sette aree:
1. Informazioni per tutti. Un giornale interno. Con un bell'archivio di documenti approvati.
2. Informazioni da tutti. Forse un wiki interno. Con un bell'archivio di documenti valutati p2p.
3. Applicazioni. Magari capaci di girare sui desktop e sui cellulari.
4. Comunicazioni tra gruppi di colleghi connessi a vario titolo. Un twitter interno. Con il compito di ridurre drasticamente la mail.
5. Search totale assoluta intelligente. Vagamente semantica.
6. Timeline condivisa di ogni attività progettuale in corso.
7. Servizio call for ideas. Una zooppa interna...

Se si vietassero i cc nelle mail interne forse tutto questo potrebbe anche funzionare.

Letto (male) in giro

La notizia riportata qui ieri, sul divieto a Saviano di andare a Parigi è quasi una bufala.

Come i bravi direttori, me ne scuso con i miei lettori e con i diretti interessati.
E' che faceva così fico avere una notizia francese....

Gianfranco parla difficile

Visto grazie a Galatea su Giornalettismo.

martedì 27 aprile 2010

Il compleanno di Lucio Lucertola

Un libro fondamentale nei miei diciotto anni, me lo prestò Giuseppe (ti amavo, Giuseppe, nel caso leggessi) e lo lessi tutto in una notte di aprile, tanto che vent'anni dopo ancora la domanda "Ci sei?" me lo fa ricordare. Bello.


Voglio vivere ancora duecentocinquanta anni.
Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi sul prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi.
Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere i libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio.
Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere, seduti sui gradini, a perder tempo. Certe sere in cui sentivi che, in un paese lontano, una fucilata ammazzava uno come te.
Voglio rivedere tutti i miei amori anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila.
Voglio imparare a suonare il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani.
A settant'anni è il minimo.

Voglio sentire tutti in una volta i nodi con cui sono stato legato al mondo, ogni volta che la mia vita si è incrociata con un'altra. Crollare a terra sotto questo felice groviglio.

La felicità forse è un'altra cosa ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei con niente. Se parte l'Arca, io non m'imbarco.

Anche se non tutti capiscono perchè alcuni vecchi comici diventano così seri, nel mezzo del film.


(Stefano Benni, Comici Spaventati Guerrieri, Feltrinelli 1986)

Merde! (.cit)

Dal Nouvel Observateur, firmato da Grégoire Leménager, trovato grazie a Daniele Sensi:


L'interdiction du jour

Saviano bloqué en Italie par le gouvernement berlusconien

On ne sort pas d'Italie comme d'un moulin quand on s'appelle Roberto Saviano. Il faut des dispositifs de sécurité, des dispositifs de sécurité et encore des dispositifs de sécurité. Il faut aussi, et surtout, des autorisations officielles. L'auteur de « Gomorra » avait fini par les obtenir pour venir en France, du 3 au 6 mai prochain. Il devait parler de « la Beauté et l'Enfer », le formidable recueil d'articles qu'il publie ces jours-ci (chez Robert Laffont). On lui avait trouvé un hôtel, qui acceptait de l'accueillir. De nombreux rendez-vous étaient fixés, des dizaines de journalistes l'attendaient. Ce n'est plus d'actualité : son voyage vient d'être annulé, par une de ces décisions gouvernementales qui ont le pouvoir de se passer de motifs.

Né en 1979 à Naples, où il a étudié la philosophie, Roberto Saviano vit sous protection policière depuis qu'il a dénoncé le fonctionnement de la mafia napolitaine dans «Gomorra» (5 millions d'exemplaires vendus depuis 2006). Opposant au berlusconisme, il prépare un grand livre sur les agissements mafieux à l'échelle internationale.

«Berlusconi n'a pas été correct avec moi»

Il n'y aura sans doute pas de difficultés à invoquer de mystérieuses raisons de sécurité, mais voilà par ailleurs qui tombe à pic, pour éviter à Saviano de faire «de la mauvaise publicité à l'Italie», comme dit un certain Silvio Berlusconi. D'autant que le jeune homme, qui n'a plus que sa langue et sa plume pour se défendre, ne s'est pas contenté de répondre aux attaques du président du Conseil dans une remarquable lettre ouverte. Il s'est rendu la semaine passée à Genève, en la qualité d'invité d'honneur de la sixième Conférence mondiale du journalisme d'investigation. Et l'on a pu lire dans la presse suisse quelques déclarations qui ont dû enchanter, en haut lieu, à Rome :

«Silvio Berlusconi n'a pas été correct avec moi. Il affirme que je fais du tort à mon pays. Moi, je crois que seule la vérité sert à donner à un pays sa dignité. Le pouvoir mafieux n'est pas déterminé par celui qui raconte le crime mais par celui qui commet le crime.»

«[Silvio Berlusconi] est le résultat de la situation qui prévaut en Italie. Il n'en est pas la cause. Le problème, c'est que beaucoup de gens pensent comme lui que parler de ce problème est préjudiciable au pays.»

Mais aussi quelle idée, franchement, de s'obstiner à dénoncer l'économie criminelle de la mafia sous prétexte qu'elle vous a condamné à mort ? De rapprocher l'attitude du Cavaliere de celle de camorristes prêts à tout pour vous discréditer ?
Au moins Saviano ne viendra-t-il pas le faire en France début mai. Ouf.
Le gouvernement berlusconien est décidément champion, quand il s'agit de défendre l'image de l'Italie.

lunedì 26 aprile 2010

Cambio dell'olio aggratis

Rido molto, e con inflessione bolonese, ogni volta che la rileggo, la Cate.
Recentemente si è espressa sulla separazione post Oscar di Sandra Bullok con una serie di considerazioni del perchè le cretine si attacchino a improbabili mariti con scritto DISGRAZIA in fronte.
Il cambio dell'olio aggratis comunque non è mica una motivazione così farlocca, veh.



E Angelina Jolie? A me piace, è un grande, ma cazzo ti sposi Billy Bob Thorton... in t-shirt sporca di sangue, con tanto di tattoo dedicati, e le ampolline contenenti i reciproci sangui appesi al collo... e lui tre anni dopo, forse sentendo i primi acciacchi, la differenza d'età c'era tutta, la tutina sadomaso non entra più bene e poi si vede la buzza, e che cavolo Angie piano con sta frusta che c'ho l'artrite, sente quella voglia inspiegabile di pantofole e borse d'acqua calda, e lei che appoggiate le manette farneticava già di adozioni internazionali (secondo me il Bob aveva nasato la nidiata multirazziale in arrivo ed è tornato dall'ex moglie...)!

Tutto sto casino per dirti, cara Sandra, cazzo ti sposi uno pieno di tatuaggi, con la faccia da flippato duro, e che per divertirsi si mette il cappello delle SS e si tromba pornostar tatuate peggio di lui. Ma a cosa stavi pensando? Che figo finalmente uno originale rispetto ai bambolotti di Hollywood? Con lui mi posso scofanare di crauti e wrustel? Oh qua ragazze cambio dell'olio agratis? E non lo dico per fare la moralista o l'esteta.

E' che certa gente, e ne ho ampia esperienza, c'ha scritto DISGRAZIA in fronte.
Ma noi non lo vogliamo vedere, cretine.

And the winner is...

Qui tutte le vincenti del Sony World Photography Award 2010

Ma che mangiano a colazione?

Grazie a Giovanni Fontana scopro questo blog di folli, Recensitoli (sì, il nome è ributtante, concordo): recensioni di film fatte solo con titoli di altri film.

I miei preferiti:

La finestra sul cortile: Le vite degli altri.
Lourdes: Basta che funzioni.

domenica 25 aprile 2010

Una mattina, mi son svegliato

Ci sono generazioni che hanno fatto (l’Italia, la grande guerra, la resistenza, il sessantotto).
Altre che hanno visto (Genova, l’11 settembre, l’Iraq).
Poco prima di essere ucciso a 27 anni nella guerra di Spagna, Alistair Noon, poeta inglese omosessuale e comunista, scrisse:
«Caro Robert, so bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per avere un passato, perché un po’ della mia vita riposi intatta nell’accaduto».

Un bell'articolo di Giacomo Papi su D Repubblica, 24 aprile 2010

giovedì 22 aprile 2010

Paraculi!

Esistono, esistono! Ora che ne ho le prove, inauguro la sezione MAI PIU' SENZA (.cit) del blog:

Si chiama "Backtacular" l'adesivo, fatto di jeans con decorazioni applicate, che permetterà di evitare sguardi indiscreti: va appiccicato proprio nel punto in cui i pantaloni a vita bassa lasciano scoperti quei centimetri di troppo. E' stato ideato dall'americana Kimberly Brewer, che lo vende online sul suo sito.

Sono come noi

Giulia Blasi oggi:

Dice, e che te la prendi a fare col Trota, sarà mica l’unico incapace che ci ritroviamo davanti quotidianamente. No, vero: ma è un incapace giovane. Migliaia di bresciani già lo sentono fratello, e ora il suo straordinario appeal (“Nella vita va provato tutto, tranne droga e culattoni”) arriva alle masse. Abbiamo assistito alla normalizzazione dell’incolto, dell’arrogante, del grezzo, del razzista, del vecchietto raccattato al bar: ora assisteremo alla normalizzazione, anzi, alla glorificazione dello scemo. Di quello che, invece di studiare, creava i giochini su Facebook. Uno di noi, anzi, uno di loro: uno normale.

Il futuro è già qui. Ed è salmonato.

Protezione animali

Via Huffington Post, scopro questo meraviglioso Photoblog americano, Awkward Family Photos, che esplora i territori sconfinati della ritrattistica di famiglia nella sua rappresentazione tipicamente anglosassone, schematica, gerarchica, sempre uguale a se stessa ma con picchi di fantasia dagli esiti qui esilaranti, tema che prima o poi vorrò affrontare anche io.

L'uomo col maglioncino

«Quando ero un ragazzo di quattordici anni mio padre era così ignorante che sopportavo a stento di avere quel vecchio intorno. Ma quando ne ho avuti ventuno, sono rimasto stupefatto di quanto quel vecchio avesse imparato in soli sette anni».
(Mark Twain citato da Sergio Marchionne)

Paolo Bricco oggi sul Sole24Ore

Sergio Marchionne, una casa a Torino, non l'ha ancora comprata. In Abruzzo, dove ha abitato fino a 13 anni, sì. Come ha acquistato una abitazione a Detroit.
Marchionne, con la sua vita di manager ormai totus americano che deve stare attento a non trascorrere più di 180 giorni negli Stati Uniti perché sennò ci deve pagare le imposte, nella città degli Agnelli e degli operai di Mirafiori dorme in un albergo vicino al Lingotto e si appoggia all'ufficio foresteria riservato ai presidenti, vicino a Piazza Vittorio, a fianco del Caffè Elena, panna fresca e brioche strepitose.
È proprio in questa sua distanza-vicinanza al cuore storico, industriale e sentimentale della Fiat, che nasce il successo di una ristrutturazione che ha salvato il gruppo: nel 2003, prima del suo arrivo, a fronte di un fatturato di 47 miliardi di euro il risultato netto era negativo per quasi due miliardi e l'indebitamento industriale toccava i 12 miliardi di euro.
Una ristrutturazione condotta adoperando il doppio registro: inflessibile in azienda, per disboscare funzioni dirigenziali cresciute nel corso di un secolo in maniera ipertrofica e spesso secondo criteri più da corte sabauda che da impresa moderna, e vicino al complesso mondo dei segni e delle ritualità sviluppatosi in cento anni intorno alla famiglia Agnelli. Senza subiezione psicologica, però. Una partita mentale non semplice, condotta con il pragmatismo del manager americano e il senso dell'ordine assorbito da ragazzo quando, il mercoledì e il venerdì, giocava a briscola e a scopone scientifico alla sezione di Toronto dell'Associazione nazionale carabinieri, in coppia con il padre Concezio, maresciallo emigrato in Canada.
Vicino e lontano. Durezza e rispetto. Durezza verso i collaboratori in azienda, con lui che riceve a ogni ora del giorno e della notte parti del piano industriale dalle sue prime linee italiane e vede e rivede ogni singolo aspetto, armonizzandolo e conferendogli la forma finale. Rispetto, perché se esiste oggi un team manageriale che si butterebbe nel fuoco per il suo amministratore delegato è quello della Fiat, impegnato a costruire fra Torino e Auburn Hills una realtà più integrata possibile con una buona tecnologia sui motori a basso consumo, un "azionista ombra" come il presidente degli Stati Uniti Barack Omaba e la scommessa di convergenze industriali in grado di rendere il tutto finanziariamente sostenibile.
Durezza, da all american boys, verso gli analisti: «La loro pressione mi fa un baffo, questa operazione ha una logica industriale di una chiarezza incredibile», ha detto ieri sullo scorporo dell'auto. Un rispetto, che sconfina nell'affettività, verso gli Agnelli. Con lui che invita sul palco il neopresidente Jaki Elkann, seduto in platea davanti al fratello Lapo e alla sorella Ginevra. E i due che, con un indulgere pubblico alla fisicità abbastanza inedito nella storia della Fiat, si abbracciano e si baciano.
La storia cambia. Le rovine alla Buddenbrook si possono evitare. «Quando ero un ragazzo di quattordici anni mio padre era così ignorante che sopportavo a stento di avere quel vecchio intorno. Ma quando ne ho avuti ventuno, sono rimasto stupefatto di quanto quel vecchio avesse imparato in soli sette anni», ha detto ieri citando Mark Twain prima di aggiungere «noi abbiamo studiato altrettanto. Il mondo è cambiato da quando ci siamo incontrati qui quattro anni fa». La Fiat esiste ancora. Marchionne ieri sera avrà potuto scegliere, se mangiare la pizza da Cristina, tavoli disadorni e pizza buonissima in Corso Palermo, o consumare una cena formale. Pronto per ripartire dall'aeroporto di Caselle, destinazione Detroit.

mercoledì 21 aprile 2010

Il funerale

Ritorno sul post di poco fa per Enzo G. Baldoni perchè ho trovato questo suo desiderata sul suo funerale, e lo condivido in pieno. Me lo metto anche nel portafoglio, va.

"Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.

Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.

Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi.
Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski."
(Enzo G. Baldoni, commento a mailing list).

In loving memory of Enzo G.

I resti di Enzo Baldoni avranno un funerale, e forse giustizia.
Io intanto ho il suo libro.


"Li conosco, ormai, questi cicli. Prima lavori lavori come un matto, poi tutto ti sembra che vada in fumo, cadi nella tristezza e nella depressione più nera. Allora molli le redini, ti rilassi e, misteriosamente, appena lasci che sia la vita a continuare da sola per i cazzi suoi, succede qualcosa.

Il futuro è una serie di linee di congiunzione in formazione. Noi non le vediamo, ma sono là, come cirri spinti da venti capricciosi o sapienti, e la nostra strada, senza che noi lo sospettiamo, sta per congiungersi con le altre, con le strade di dieci, di cento, di mille altre persone, e il gomitolo delle linee di congiunzione formerà le nostre vite, i nostri destini, la storia."


Enzo G. Baldoni
Piombo e Tenerezza - Il Saggiatore

Il profeta/rece

Non è proprio una rece e arriva tardi, però non volevo perderla in giro, e poi il film si può sempre recuperare, tra i migliori dell'anno.

Gyorgy Lukacs ha inquadrato cento anni fa il romanzo di formazione ottocentesco nella parola Bildungsroman, il romanzo del divenire, una forma che ha segnato la letteratura dell'ottocento (Stendhal, Flaubert, Dickens, in italia Nievo) per poi crollare significativamente (nelle sue forme alte, in forme più banali arriva ancora a noi) quando al senso epico/pedagogico del romanzo (epopea borgese, lo definì Lukacs) si è sostituito il valore introspettivo/psicanalitico (passaggio chiave tra ottocento e novecento, Joyce, Musil, Svevo...).

Ecco, tutta sta cosa perchè il film mi ha ricordato la costruzione ricca, pulita, piena di rimandi interni dei grandi Bildungsroman, appena uscita pensavo a Shakespeare ma è un riferimento superficiale (citazioni nette però, Riccardo III e Enrico V e facile il fantasma di Banquo che ognuno si tiene accanto al letto...e forse anche altro).

Anni fa avevo visto un altro film di Audiard, "Come mi batte forte il cuore" (più o meno), storia di un concertista con vocazione tardiva e di un amore privo di parole (con una cinese), ma non mi era piaciuto, lentissimo e rarefatto, il tipico anticinema francese che mi fa dormire.
Invece qui le immagini ti prendono dal primo istante, ti fanno rotolare dentro alla storia, si muovono, cinema come kinesis proprio come dovrebbe essere, e parlano, e parlano di fame.
Una specie di Attimo Fuggente ("Oh capitano mio capitano!") ma senza il miele, senza le grandi speranze e le grandi ambizioni e i buoni sentimenti, solo il core business del potere. Gran film.

Un giorno molto bello

Da Repubblica.it


Argentina, pena dura per Bignone


L'ex dittatore condannato a 25 anni
La sentenza punisce diversi crimini contro l'umanità, tra i quali sequestri e torture di prigionieri politici. La soddisfazione delle madri di Plaza de Mayo

BUENOS AIRES - Un tribunale di Buenos Aires ha condannato questa notte a 25 anni di reclusione l'ex dittatore argentino Reynaldo Bignone per vari crimini contro l'umanità, fra cui sequestri e torture di prigionieri politici.

L'ex generale, 82 anni, era sotto processo per fatti compiuti tra il 1976 e il 1978, prima che diventasse il presidente designato della giunta militare per i suoi ultimi anni al potere, tra il 1982 e il 1983. Il suo successore Raul Alfonsin, eletto democraticamente nel 1983, aveva firmato l'amnistia per ogni persona coinvolta in casi di sparizioni e omicidi di oppositori.

Reynaldo Bignone era vice comandante della base militare di campo di Mayo, centro di torture tristemente famoso. E' stato riconosciuto colpevole di 56 casi di torture ed eliminazioni di oppositori. Reynaldo Bignone era stato accusato nel 2003 ma il suo processo si era aperto solo nel novembre 2009. "E' un giorno molto bello per tutti gli argentini", si è rallegrato il presidente dell'associazione delle madri di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto. Secondo il centro di studi legali e sociali (Cels), 1.464 Persone sono state formalmente incriminate di aver commesso crimini contro l'umanità durante la dittatura e 74 sono stati giudicati colpevoli. Secondo una relazione ufficiale, almeno 13.000 Persone sono state uccise durante la dittatura del 1976-83, ma organizzazioni di difesa dei diritti umani ipotizzano la cifra di 30.000 morti.

(21 aprile 2010)

Incentivi nascosti

Tutte le volte che incrocio per caso qualcuno per cui ho lavorato, e capita che non ci si dica solo ciao di fretta ma si facciano due chiacchiere vere, anche se io sono sempre la solita minchiona del web e lui è diventato capo del mercato italia, sono felice e penso che nulla va sprecato.

Del perchè si compra e non si scarica, ovvero del Baustellismo e dell'Antibaustellismo

Anche in tempi di cassa integrazione, sono d'accordo con quel che scrive oggi Matteo Bordone, di cui riporto qui solo un pezzetto, perchè vale la pena leggere tutto il post:

(scena: Buscemi a Milano, Matteo e commesso, cd dei Baustelle)

Gli chiedo come stia andando il disco, se stia vendendo.

(Si, tantissimo) (ndr)

E poi aggiunge «C’è stato tutto. C’è stata l’attesa, e il giorno che è uscito ne abbiamo venduti un botto; poi abbiamo continuato a venderli sempre, e sempre di più. È una delle cose che sta vendendo di più in assoluto. Erano anni non vendevamo un disco in questo modo.»

Adesso la voglia di vomitare in testa a quelli che hanno dato ai Baustelle degli snobbini elitari è forte. Ma cercherò di contenermi e dire quello che penso.

Il grosso problema delle chiacchiere sui dischi e i musicisti che si leggono in rete è che chi parla non spende i soldi per comprare i dischi. Forse prima, prima degli mp3, li spendeva a Natale, ne comprava un po’ nel corso dell’anno, ma non con la continuità e la schiuma alla bocca di chi i dischi li compra dei tempi delle paghette ginnasiali, e non ha mai smesso. Spendere o scaricare non sono la stessa cosa. In quel gesto, nell’acquisto – non parlo di iTunes o supercooldigitalmuzakmarketplace.com, cercate di capire – c’è un’espressione di volontà e scelta che altrove non c’è. La stessa che vale per la moda, per i viaggi, per i cellulari. Pago per quello che mi piace e in cui mi riconosco.

Il discorso su quello che è pop o non è pop ha preso ultimamente una deriva imbecille, che si muove tra il fenomeno del mi-si-nota-di-più e quello del controsnobismo.

Sempre pronti al peggio

http://prontialpeggio.vitaminic.it/

martedì 20 aprile 2010

Bianco e nero colato addosso

Mimmo Jodice in retrospettiva a Roma, Palazzo delle Esposizioni.


Rocco Moliterni su La Stampa, 19 aprile 2010

Non sono mai rassicuranti le immagini di Mimmo Jodice, anzi lui è forse il più grande fotografo dell’inquietudine. Un’inquietudine che cerca a volte invano di placarsi nella classicità e in un passato di vestigia e palazzi e statue che lui riesce per incanto a far rivivere ossia a rendere «cosa viva» e sofferente. Così il cuore della grande antologica che gli dedica il Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Ida Gianelli e Daniela Lancioni, è Anamnesi, del 1990, montaggio di dieci volti, da busti, affreschi, mosaici, statue dove l’umanità è come sfregiata, profili diventati spugnosi come se affetti da mucca pazza, nasi frantumati, guance tagliate, occhi sbrecciati o perforati. Dove un tempo era la bellezza, sembrano dirci queste immagini, oggi c’è l’orrore, un orrore però che non riesce del tutto a cancellare quella lontana bellezza perduta, l’inseguimento delle cui tracce sembra motivare buona parte dell’attività del fotografo napoletano. Un’attività che inizia negli Anni 60, quando Jodice respira l’ansia di una irripetibile stagione di ricerca, che in fotografia significa da un lato l’immergersi nel reportage sociale e dall’altro interrogarsi come Ugo Mulas sugli statuti della disciplina.

Siamo al secondo piano del Palaexpo che ospita in questi giorni l’esposizione (a cura di Achille Bonito Oliva) sulla Natura in De Chirico, e val la pena di visitare a «ritroso» la mostra di Jodice, non solo perché «Natura» è anche il titolo dell’ultima stanza con la produzione più recente del fotografo (commentata dallo stesso Abo in catalogo). Qui l’inquietudine la troviamo in rami di alberi che sembrano protendersi nel vano tentativo di afferrare qualcosa o qualcuno o che quasi soffocano la possibilità di esistere di una finestra. Poi c’è la stanza del «Mare», dove alcune immagini ti danno l’idea metafisica, immobile e soffocante, di una bonaccia conradiana, e altre piene di cieli minacciosi ti parlano di tempeste imminenti. L’uomo non c’è e non sai se non ci sia mai stato o se siamo in un universo post-atomico. Forse meno convincente il capitolo «Eden» (quanto meno per la giustificazione ideologica che ne dà lo stesso Jodice: «una metafora della violenza quotidiana, la violenza persuasiva e pervasiva con la quale bisogni indotti ed effimeri ci seducono»), dove si rivisitano cibi e oggetti, dalle zampe di pollo alle testine di vitello, dai guanti alle forbici. Poi ci si immerge nel cuore e nelle rovine del «Mediterraneo». Un viaggio, in cui, come spiegava Julide Aker in un numero di Camera Work del 1997, «i frammenti del retaggio artistico del mondo classico sono bagnati dalla luce, avvolti dall’effetto flou e collocati in un luogo che non è né qui nel presente né là nel passato».

Il nomadismo di Jodice, non solo mentale ma anche spaziale, l’ha portato a esplorare anche luoghi lontani, dall’America al Giappone, e la stanza successiva ci regala immagini hopperiane di Boston e motocicli come cavallette in un parcheggio di San Paolo.

Poi incrociamo le «Rivisitazioni», che sono ritorni a casa, ossia riconsiderazioni di quei luoghi napoletani (ma non solo) che avevano visto negli Anni 60 le prime indagini antropologiche di Jodice. Anche qui però è come se una bomba «intelligente» avesse fatto sparire gli uomini ma non le loro tracce: il Reale Albergo dei Poveri è ora una scalinata di sedie e scarpe vecchie, Suor Orsola un muro sbrecciato con uno di quei bastoni che solo al Sud si usano per tener su i fili dove stendere i panni. E nelle «Vedute di Napoli» fantasmi appaiono le auto o gli oggetti avvolti in lenzuola. Non fantasmi ma persone reali, bambini indigenti nei bassi di Ercolano o del centro storico, sono protagonisti delle serie dei primi Anni 70. Le ricerche e le sperimentazioni, non solo in fase di stampa, sono invece al centro delle prime sale, dove ad esempio debitrice a Bill Brandt è la serie di nudi e di volti femminili che si perdono nell’ombra. Ci sono giochi di montaggio come il paesaggio di Morano Calabro trattato in vari modi o i giochi alla Fontana, con il taglierino che incide davvero una foto o quelli concettuali alla Boetti, come la fotografia di una lettera inviata a se stesso.

Si esce con l’idea di aver percorso, attraverso 180 immagini in bianco e nero, un pezzo di storia della nostra fotografia: la mostra ci aiuta a capire Jodice e perché sia oggi uno dei pochi fotografi italiani apprezzati a livello internazionale. Unico limite: la mostra parla forse più alla testa che al cuore, cosa che invece riusciva a fare quella «ambientata» alcuni anni fa nel salone della Meridiana al Museo Archeologico di Napoli.

Nuove abitudini

E da oggi il primo sito da aprire la mattina sarà IL POST. Lo link ancora prima di entrarci sul serio, perchè poi so che non ne esco per un'ora almeno, e copioincollo il printscreen della prima edizione, lo terrò per i nipotini. Io leggevo Il Post ragazzi (seeee nonnna seeee, sistemati la dentiera).

Ora la cosa difficile sarà non copiare tutto qui.

lunedì 19 aprile 2010

Feltrino rules

Ancora Mattia Feltri, La Stampa di ieri 18 aprile 2010

Una nube di cenere di un vulcano islandese è una livella: rende uguali - o quasi - poveri e ricchi, qualsiasi biglietto aereo posseggano, se lo scalo chiude. Si bivacca sulla stessa panca, si mangiano gli stessi sandwich, si fa la fila per la medesima latrina. Ed è lì che i tipi umani vengono fuori nitidi e perfetti. Viaggiatori, il catalogo è questo.

A me non mi ferma nessuno È la categoria più rumorosa e intraprendente, tipo quelli che quando c’è fila in autostrada escono per fare le vie provinciali anche se non le conoscono. C’è gente di Bruxelles che si è imbarcata per Monaco «per avvicinarsi a casa». C’è gente che a Firenze ha cercato di prendere il treno col biglietto aereo. Un capotreno racconta di decine di passeggeri che sono saliti di soppiatto sull’Eurostar senza avere il posto prenotato, e hanno viaggiato seduti a terra uno sull’altro. A Roma non si riesce a trovare un’auto a nolo, nemmeno i furgoni, gli autovan o i sidecar. A Termini è stata noleggiata una Ford con 180 mila chilometri e senza alcuna garanzia di tenuta.

Il rassegnato È la categoria più nutrita. I rassegnati attendono da giorni stravaccati a Fiumicino o a Termini, leggono quotidiani, riviste, fumetti, depliant. Mangiano patatine, barrette di cioccolato, caramelle. Ascoltano i messaggi dell’altoparlante e non si concedono più di una scorata scossa di capo. Ieri, alla stazione, si sono raggruppati per le partite alla radio, e c’erano dei tifosi del Milan che al gol di Pazzini (due a uno per la Sampdoria) hanno reagito con dignitoso contegno: «La nostra difesa è come la nube, un castigo del Signore». Da segnalare, a Termini, la flemma di un folto gruppo di sikh che alla mattina s’era dato convegno (tutti scalzi) all’Esquilino.

Giovanotto di mondo È la categoria più invidiata. I giovanotti di mondo, a differenza dei rassegnati, non hanno nemmeno un velo di malinconia. Loro partono quando gli va di partire e tornano quando gli riesce di tornare. Arrivano da ovunque, specie dal Nord Europa. Avevano un vecchio amico da rivedere e ingannano il tempo fumando e gonfiandosi di pizza e coca cola. A Termini ieri c’erano ragazzi tedeschi che componevano musica con Garage band di Apple (chitarra, addio).

Tengo famiglia È la categoria più commovente. Hanno con sé la vecchia madre affetta da reumatismi, angina, cataratta, piorrea e otite media cronica. Oppure hanno i bambini piccoli, che è peggio. Una mamma (con figlie di due e quattro anni) sabato a Fiumicino: «Dove le cambio? Dove fanno il sonnellino? Dove preparo la pappa per la piccina?». I mariti devono, contemporaneamente, verificare le possibilità di apertura dello scalo di destinazione, tenere d’occhio gli orari della farmacia, recuperare del latte fresco, gestire le pasticche della nonna, essere informati sull’andamento della circolazione su rotaia, possedere delle figurine dei Gormiti e ragguagliare sui locali piovaschi anche a carattere temporalesco (ieri, a Fiumicino, sono stati soccorsi anziani e una donna incinta: piccoli malori).

Uomo d’affari
E' la categoria più disprezzata. Gli uomini d’affari sono gli unici che sfuggono alla legge della livella. Per loro non c’è nube di cenere islandese che tenga: costituisce un disagio, al massimo, ma non un impedimento. Gli uomini d’affari, la cui presenza all’indomani è indispensabile nei quattro angoli del mondo, estraggono dal portafoglio carte di credito d’oro, di platino, di diamanti, di caviale. Possono pagare chiunque e qualsiasi prezzo. Come nel famoso film di Villaggio, vanno alla fermata dei taxi, salgono sull’auto e dicono: «Berlino!». E il tassista: «Piazza o via?». E loro: «Berlino! La capitale della Germania». Le notizie ormai sfumano nella leggenda metropolitana: duemila euro di taxi per Parigi, millecinquecento per Basilea. Dei turisti di Brescia, ieri, hanno protestato presso gli organi di stampa perché un tassinaro gli ha chiesto 800 euro per riportarli a casa. Il loro sdegno non ha trovato conforto.

Catastrofista
Non è una categoria numerosa, ma ci sono ovunque. I catastrofisti, mentre attendono insperate novità, intrattengono i vicini di sventura sulla reale portata del disastro. Secondo i loro scrupolosi calcoli, la nube provocherà il fallimento di Alitalia, lo squasso economico di numerosi aeroporti per una perdita di migliaia di posti di lavoro, il tracollo della coltivazione della bietola nel nord Europa e l’innalzamento della temperatura media stagionale di due gradi con la conseguente sommersione di Venezia.

Complottista
Pochissimi e incontrollabili. Sabato un pilota Alitalia sosteneva che l’emergenza è stata inventata per coprire la terrificante esplosione di una centrale nucleare in Finlandia.

Realista
Di gran lunga i migliori. Un pugliese che deve raggiungere la moglie (pure pugliese) a Brighton ieri le ha telefonato da Termini: «No amore... neanche il treno... E comunque quando arrivo a Parigi che faccio?... Niente, posso riprovare domani... Mi dispiace amore... Anche io... Ci rifaremo le prossime sere... Sì, amore...». Poi, immediatamente dopo, altra telefonata: «Oh, sono io... Tutto a posto... Resto e ripartirò domani, ma forse martedì... Io porto la birra... Forza Roma!».

L'avrei seguito anche in Alaska

Pane e Tulipani, di Silvio Soldini
Sceneggiatura di Silvio Soldini e Doriana Leondeff
Regia di Silvio Soldini (2000)



Scena 86
Casa Grazia - Soggiorno - Interno notte

Grazia: E sì, ho sempre avuto sfiga io, sin dall'inizio. La prima volta che uno mi ha baciata è stato in un cimitero. A quindici anni, andavamo lì a farci le canne, lui si chiamava Primo, nemmeno a farlo apposta...

Rosalba: Ma c'è sempre un primo.

Grazia: Mi ha mollata da un giorno all'altro. Per una che faceva le previsioni del tempo a Telebrianza.

Rosalba: Non era quello giusto, dai...

Grazia: E Ettore, allora? Sembrava così innamorato, partiamo insieme per la Grecia e la sera stessa sul traghetto lo vedo che si bacia con un marinaio di Salonicco! E allora dico: basta coi legami seri. Basta! E invece incontro Corrado - me l'accendi, per favore? - L'avrei seguito fino in Alaska, solo che lui era di Chioggia e io allora l'ho seguito a Chioggia.

domenica 18 aprile 2010

Daghela ben, biondina daghela ben, biondà

Fra le ragioni di doglianza di Gianfranco Fini c’è soprattutto la cena a casa di Silvio Berlusconi, subito dopo le elezioni regionali, con Umberto Bossi padre, Trota Bossi figlio, Roberto Cota, Roberto Calderoli eccetera – e alla quale Fini non è stato invitato – in cui, fra crapule e canti, si sono gettate le basi delle riforme istituzionali.
Ecco la scrupolosa cronaca della serata:

Silvio: osteria numero uno!
Coro: parapaponziponzipò.
S: come me non c’è nessuno!
C: parapaponziponzipò
S: Palazzo Chigi non è male
adesso voglio il Quirinale…

Umberto: osteria numero due!
C: parapaponziponzipò.
U: siamo ganzi ambedue!
C: parapaponziponzipò.
U: tu ti pigli il Quirinale, a
me il Senato federale…

S: osteria numero tre!
C: parapaponziponzipò.
S: il Csm tocca a me!
C: parapaponziponzipò.
S: lo si metta per iscritto,
che io sia sempre prescritto…

U: osteria numero quattro!
C: parapaponziponzipò.
U: hai bisogno di uno scettro!
C: parapaponziponzipò.
U: e ci sia in Costituzione,
con i troni e le corone…

S: osteria numero cinque!
C: parapaponziponzipò.
S: noi comanderemo ovunque!
C: parapaponziponzipò.
S: a me la Borsa e l’Assise,
a te la Zecca ed il Molise…

U: osteria numero sei!
C: parapaponziponzipò.
U: Borghezio a capo dei musei!
C: parapaponziponzipò.
U: siamo solo all’antipasto e la Trota è già al Catasto…

S: osteria numero sette.
C: parapaponziponzipò.
S: a Feltri tutte le gazzette!
C: parapaponziponzipò.
S: e se Fini si ribella fa la
fine del Mortadella…

U: osteria numero otto!
C: parapaponziponzipò.
U: se poi pensano al complotto!
C: parapaponziponzipò.
U: presto al voto!, te lo giuro,
che la Lega ce l’ha duro…

S: osteria numero nove!
C: parapaponziponzipò.
S: si fa i gruppi (ma per Giove!)
C: parapaponziponzipò.
S: io gli levo la cadrega…
U: dalla a noi della Lega…

Calderoli: osteria numero dieci!
C: parapaponziponzipò.
C: c’è ancora un po’ di pasta e ceci?
C: parapaponziponzipò.
C: da ministro titolare
anch’io avrei da riformare…

Dopo un po’…

C: osteria numero venti!
C: parapaponziponzipò
C: che riforme indecenti!
C: parapaponziponzipò.
C: ma a noi piacciono così,
fra un barolo ed un salmì…

Ormai è notte…

C: osteria numero cento!
C: parapaponziponzipò
C: che facciamo del Parlamento?
C: parapaponziponzipò
S: tanto non conta più niente
a cominciar dal presidente…

All’alba i commensali escono a braccetto…Le voci sono strascicate…

S: osteria numero mille…
C: parapaponziponzipò
S: il Calderoli fa faville…
C: parapaponziponzipò
S: fa faville con lo scenario,
figuriamoci con la D’Addario…


(Mattia Feltri, La Stampa, 17 aprile 2010, terza pagina)

sabato 17 aprile 2010

Fine di Fini?

Spinoza oggi:


Il presidente della Camera ha chiesto a Berlusconi “Un Pdl più moderno, democratico, civile e legalitario”. In pratica, senza Berlusconi.

Il pranzo si è concluso senza sorprese: con l’amaro.

Dopo Veronica, altro divorzio in vista per Berlusconi. Se se ne va anche Leonardo si puo’ pensare a una class action)

In un comunicato stampa, Fini dichiara di attendere serenamente le valutazioni del premier. E di non voler essere bendato.

Fini ha comunque riconosciuto alcuni meriti a Berlusconi: da quando è al governo nessun asteroide si è schiantato sull’Italia.

Pare che Fini abbia chiesto a Berlusconi la testa di Gasparri. Si accontenta di poco.

Berlusconi convoca i vertici del Pdl. Vuole starsene un po’ da solo.

Riunione straordinaria del Pdl. Sbuffa Berlusconi. Sono quel tipo di riunioni senza figa.


(http://www.spinoza.it/2010/le-divisioni-imperfette)

Message in a pan

Che avranno voluto dirmi?

venerdì 16 aprile 2010

Do, do, do

Philippe Starck intervistato da Rachele Meini su Rolling Stone, aprile 2010.
Secondo me un fottutissimo genio (per quanto adesso si debba dire che è fighetto, imborghesito, noioso, ripetitivo).


Credo che il dovere di un essere umano sia capire tutto ciò che ci circonda, e quando cerchi di capire sei obbligato a essere aperto e generoso. Inoltre capisci quello che sei.

Non sono sorpreso quando qualcuno mi dice di essere triste o che viviamo in una società triste. Com'è possibile essere felice se hai dimenticato da dove vieni?

Se non hai la consapevolezza di quei batteri che milioni di anni fa si sono trasformati in pesce, rana, scimmia, nella superscimmia che siamo oggi? Se non hai idea di quello che saremo? Conosciamo la fine, siamo alla metà della storia. Esiste uno spazio enorme da esplorare, ed è tutto più semplice se hai una visione generale e curiosità e amore e rispetto per questo animale che un giorno, non so dove e quando, mentre mangiava erba, disse hei ragazzi, ho un'idea, e gli altri gli chiesero: cos'è un'idea? E lui rispose, come Einstein, non lo so, ma dimostrerò che esiste.

E siamo diventati intelligenti. Abbiamo creato la civilità, l'intelligenza e la creatività. DObbiamo sempre ricordarci che quel che ci contraddistingue dagli altri animali sono l'intelligenza e la creatività. I sogni. Abbiamo il dovere di sognare e di credere nei nostri sogni. E realizzarli. E' facile!

Il fattore chiave - non di un uomo di successo, perchè il successo non è interessante- di ogni tipologia di rockstar che conosciamo, dalla letteratura all'architettura alla musica e altro ancora, è la libertà.
Attorno ai 14, 15, 16 anni ti concedi la libertà di coltivare il sogno e vedere quel che sai fare.

Senza chiedere il permesso.

Niente maestri, niente Dio, nessun inutile rispetto, soltanto rispetto per se stessi, rispetto per la propria etica. Del resto è sempre stato così. La mia grande antologica al Pompidou di dieci anni fa già diceva questo. Spiegavo che nessuno è un genio, tutti ce la possono fare, e introducevo attraverso delle etichette ogni oggetto al pubblico: ho fatto questa sedia perchè avevo bisogno di soldi, questo divano perchè volevo che mia moglie fosse orgogliosa di me, eccetera.
E cercavo di spiegare alla gente, smettetela di essere spettatorie cominciate ad essere attori.

Smettetela di lamentarvi.
Fatelo!

Fatelo.

mercoledì 14 aprile 2010

Donne, dududu

Oggi Galatea è commovente e ispiratissima:



Quelle che se capita di discutere, preferiscono farlo con calma, e possibilmente davanti ad un bel piatto di pasta.
Quelle che se c’è un problema, da qualche parte ci sarà anche una soluzione.
Quelle che se te lo meriti e serve, ti mandano affanculo senza pensarci un fiat.
Quelle che se mettono su un chiletto, be’, sì, s’intristiscono un po’, ma poi passa subito.
Quelle che non s’incazzano se lui si dimentica l’anniversario del primo bacio, perché a ricordare date non sono molto brave neanche loro.
Quelle che sono sempre un po’ svampite, perché riescono a tenere a mente tutto quello che serve, ma quello che non serve, no.
Quelle che adorano la cioccolata.
Quelle che farebbero a cambio di corpo subito con la Carfagna, ma se si devono prendere pure il suo cervello allora no.
Quelle che non gliene frega niente se è da donna oggetto, ma il vestito scollato e le scarpe con i tacchi non si mettono in discussione, ohè.
Quelle che però amano anche le ciabatte.
Quelle che alla mattina si svegliano sorridendo e delle volte continuano a sorridere persino se la giornata è decisamente no.
Quelle che il mondo è brutto, ok, ma non è mica un buon motivo per buttarsi giù.
Quelle che se vanno al cinema vogliono il pop corn e odiano i film d’amore.
Quelle che sono pigre, almeno un po’.
Quelle che ogni tanto il loro uomo lo prendono e lo coccolano così, perché mette di buon umore.
Quelle che odiano le sfuriate in pubblico ed in privato, perché le scene melodrammatiche le lasciano all’opera lirica, che è l’unico posto dove guardarle è un piacere.
Quelle che di tanto in tanto si rendono conto che hanno le paturnie, e cercano di farsele passare senza rompere le balle all’universo.
Quelle che l’universo non ruota attorno a loro, ma ogni tanto si concedono una botta di autostima e si sentono una stellina sfolgorante.
Quelle che se lui non richiama ci fanno magari la lacrimuccia, ma la vita va così e pazienza.
Quelle che dove meno te l’aspetti, rivelano delle insospettate riserve di fantasia.
Quelle che non controllano il telefonino e non spiano le email, perché tanto se ti vuol tradire ti tradisce, e amen.
Quelle che se proprio sentono il bisogno di un anello al dito, se lo comprano da sé.
Quelle che non stanno sempre lì a contare con il bilancino quanto hanno dato e quanto ricevuto in cambio, perché se volevano perdere la vita a calcolare interessi, giocavano in borsa, non si innamoravano di un essere umano.
Quelle che ogni tanto vogliono essere coccolate, così, perché mette di buon umore.
Quelle che quando provano a tirarsela un po’ e a seguire le strategie suggerite dalle amiche si mettono a ridere da sole e lasciano perdere subito.
Quelle che se poi serve davvero, ci sono sempre.
Quelle che alle volte sono magari un po’ noiose, però accettano pure che qualche volta un po’ noioso possa essere pure lui.
Quelle che si sentono sexy anche se non lo sono.
Quelle che magari non sono proprio sexy, ma simpatiche un casino.
Quelle, insomma, noi: le donne ciacione.

E anche voi, uomini, cazzo, rivalutateci un po’.
(Il nuovo mondo di Galatea)

Apperò!

Le buone notizie sono due:
1) L'amore ESISTE.
2) Non è necessario sia imbrattato nessun muro per dirlo.

giovedì 8 aprile 2010

L'aborto e le carriere

Preso da RosaLucseblog:


L'ostilità cattolica nei confronti della RU 486 è dichiaratamente mirata - visto che l'aborto non sembra poter essere messo in discussione, almeno per ora - a "non banalizzare l'aborto" ovvero a
rendere il più dolorosa possibile l'interruzione di gravidanza.

Ma "tenere in magazzino" la RU 486 ha un altro effetto, secondo me. Passare dall'aborto chirurgico all'aborto chimico significherebbe (significa, alla faccia loro) liberare i ginecologi disponibili ad abortire dal giogo cui sono costretti dagli - innumerevoli - colleghi obiettori. I non obiettori infatti - pochi rispetto alla richiesta - sono a tutt'oggi costretti a non occuparsi di altro che di quello, avendone la carriera totalmente distrutta. L'aborto chimico, io credo, fa paura perchè libera le carriere dei ginecologi che non si rifiutano di fare il loro dovere rendendoli più competitivi, l'obiezione di coscienza è purtroppo anche questo: un comodo sistema per mettere KO i propri colleghi con la benedizione del Papa.

Il cane bianco

Scattata a Roma, Piazza del Collegio Romano, febbraio 2010

Ancora sul corpo di Pasolini

La scorsa settimana La Stampa ha pubblicato con un certo rilievo l'opinione di Marco Belpoliti sul delitto Pasolini, l'ho riportata anch'io qui; oggi interessante replica di Mario Martone e controreplica di Belpoliti.


La Stampa 8 aprile 2010

Lo scrittore e regista omosessuale ucciso nel 1975 continua a dividere gli intellettuali italiani

MARIO MARTONE
Caro direttore,
ho letto con rammarico il pezzo che Marco Belpoliti ha dedicato sulla Stampa agli sforzi di quanti stanno cercando di far riaprire il processo per la morte di Pasolini. Rammarico per l'impossibilità che persiste in Italia di trovarsi d'accordo su punti essenziali della vita civile, una frantumazione che rende via via sempre più faticoso il procedere delle idee e dell'agire politico. La posizione di Belpoliti, la sua idea sul perché Pasolini sia stato assassinato è non solo legittima, ma benissimo espressa ed anche profonda: riprende quella, nota da sempre, di Nico Naldini, che da poeta creò uno scenario di grandissima verosimiglianza, immaginando che tutto andasse spiegato esclusivamente all'interno della dinamica omosessuale e del rapporto di Pasolini con i ragazzi. Ma ciò che davvero non si spiega è come Belpoliti possa pensare che la verosimiglianza di questo scenario possa essere sfuggita a persone come Laura Betti o Sergio Citti, che ho conosciuto bene (di Citti ho filmato la testimonianza raccolta dall’avvocato Calvi), e che si rivolterebbero nella tomba a sentirsi accusati di «voler rimuovere la particolare omosessualità di Pasolini».
Betti e Citti erano convintissimi che il delitto di Pasolini avesse una matrice politica, e la loro posizione, allo stato dei fatti, resta profonda e verosimile quanto quella di Nico Naldini: è un'ipotesi. Infatti, come scrive Belpoliti, «che nel delitto di Pasolini vi siano molti punti oscuri è senza dubbio vero. Che le indagini non furono condotte in modo scrupolose è altrettanto vero, ed è anche possibile che con gli strumenti scientifici attuali si sarebbero chiariti molti punti oscuri». Ecco tutto. Non c'è da contrapporre nessuna visione, i due scenari sono perfettamente integrabili, ed è proprio la verosimiglianza dello scenario omosessuale che rende verosimile lo scenario politico: chi uccide segretamente lo fa, come è ovvio, tentando di creare scenari verosimili.
La cosa che dovrebbe essere a cuore di noi tutti è che la verosimiglianza cessi di essere tale e diventi verità. Ora, per carità, so bene che una verità processuale non è tutta la verità, e che la verità in quanto tale forse nemmeno esiste, e che nella nostra Italia bizantina possiamo scavare molto a fondo nei termini e nei distinguo, ma insomma, se è palese, come pare proprio che sia, che ad assassinare Pasolini siano stati in tanti e non il solo Pelosi, non sarà legittimo desiderare di sapere questi altri chi erano? E non si potrebbe per una volta essere uniti e determinati come società «intellettuale» nel desiderare che la giustizia faccia finalmente il suo corso? Se ad uccidere Pasolini sia stato un branco di ragazzi presi dalla furia o dei picchiatori fascisti o degli agenti segreti, questo lo si vedrà. Intanto ci si potrebbe accontentare di una giustizia che indaghi e che magari faccia affiorare dei nomi e delle responsabilità. Cordiali saluti.



Basta con l’idea dei complotti, mangiamo PPP in salsa piccante
MARCO BELPOLITI

Caro Martone,
non sono contro la riapertura delle indagini sul delitto di Pasolini; mi sono dichiarato scettico riguardo l’ipotesi che il poeta sia stato eliminato perché sapeva qualcosa di più di altri circa il delitto-Mattei e le stragi degli anni Settanta. Le fonti di Petrolio, romanzo incompiuto in cui tutto questo sarebbero svelato, sono ritagli di giornale, servizi de L'Espresso, quindi ampliamente note, e pure riportate in libri che circolavano all’epoca, come Silvia De Laude ha mostrato cinque anni fa. Sul sito web Nazione indiana ne ho parlato in modo diffuso, e lì ti rimando. Quello su cui dissento è invece la tesi complottista per cui esiste sempre un quid che la verità giudiziaria non riesce a chiarire, così com’è accaduto per altri avvenimenti degli anni Settanta, a partire dalla bombe di Piazza Fontana sino ad arrivare al sequestro di Moro. Credo sia venuta l'ora di chiudere con quel decennio di cui Pasolini e Aldo Moro, forse non a caso, sono i due corpi simbolo; e dare loro una degna sepoltura, cosa che nessuna inchiesta giudiziaria riuscirà mai, credo, a fare. La mia è una posizione politica, e non ha nulla a che spartire con le inchieste degli investigatori di polizia - le si faccia se necessario -, ma con il modo di ragionare di molti nella sinistra italiana. È ora di andare oltre un decennio che non finisce di finire nella testa di tanti, il che è un modo per continuare a restare legati al passato, quando invece la discussione, anche a partire da Pasolini, dovrebbe procedere. Ad esempio, sugli anni Ottanta, vero snodo del nostro presente.
La mia modesta proposta è di fare con Pasolini come lui ha fatto con chi l’ha preceduto: mangiarcelo in salsa piccante. Nutrirci di lui e digerirlo. Destino che spetta solo ai veri maestri. E così superare finalmente dal «complesso-Pasolini» che attanaglia molti in Italia, per parlare ancora di Pasolini, naturalmente. La discussione sull’ispirazione estetica e omosessuale della sua visione della mutazione antropologica non è mai stata fatta. Solo Sciascia ci ha provato, ma senza quella libertà di pensiero e di parola che sarebbe necessaria.
Il compito degli scrittori, dei registi, dei saggisti, credo, non sia solo quello di apporre una firma su un appello, quanto piuttosto di produrre delle visioni, così come Pasolini ha fatto con Petrolio, che ci illuminò sulla realtà più ancora delle verità di tribunali o poliziotti. Così è il libro di Nico Naldini: una visione problematica di un delitto sessuale che scava nel profondo di una passione, e ci dice qualcosa su noi stessi, cosa che nessuna sentenza può fare. La passione della verità, in cui Pasolini era versato, è questa, e non tanto e non solo quella di chiedere ad alta voce giustizia, cosa che spetta a tutti. Un intellettuale, un poeta, un regista, si trova in una posizione davvero scomoda, perché non è solo un cittadino come gli altri, con doveri e diritti, ma uno che deve fare uno scatto laterale, individuare più a fondo le cause del bene e del male, e raccontarle in una forma non banale, in forma letteraria, cinematografica, artistica. La ricerca della verità è questa, e a essa sarebbe bene che ci attenessimo noi tutti che facciamo questo mestiere. A ciascuno il suo.

mercoledì 7 aprile 2010

Forever Young

Molte persone, ad una certa età, si preoccupano di ringiovanire nelle apparenze, vogliono ritornare quelli che erano almeno dieci anni fa, si tingono i capelli, si fanno stirare le rughe, vestono all’ultima moda; ti vengono incontro con passo agile e, a prima vista sembrano dei giovanotti.
Poi cominciano a parlare usando espressioni del 1935, fanno dello spirito alla Petrolini, sono pieni di preconcetti di ogni genere, hanno preferenze artistiche convenzionali, citano nomi di attori morti, ignorano tutto della vita di oggi.
Hanno curato il lato esteriore della loro persona ma dal di dentro sono già morti. Morti nel 1935.
Accade purtroppo a molta gente che non sa invecchiare bene. Voler sembrare giovani a sessant’anni è ridicolo. Si può essere invece vivi a novant’anni come l’architetto Le Corbusier, come Tiziano, come…

Il problema non è quello di ringiovanire ma di restare vivi sempre.


Un segreto per ringiovanire
Bruno Munari
Verbale Scritto

Io sono l'amore/rece

Regista che io non conosco per nulla, Luca Guadagnino. Storia ambiziosa e complessa anomala per un film italiano, un ritratto di famiglia di altissima borghesia industriale (ramo tessile, scene anche in fabbrica), inizia con questo primo movimento intenso a Milano, nella casa che da sola regge tutto il film, Villa Necchi Campiglio di Piero Portaluppi, una casa razionalista (oddio, casa, immaginate un intero palazzo con giardino in zona magenta) protagonista a tutti gli effetti, di cui si esplorano con intenzione gli ambienti di rappresentanza e quelli del retro, e le cucine, e le scale, e il guardaroba, i mobili (ucciderei per quei mobili di radica lucida anni trenta/quaranta a ribaltina con i bordi stondati...), il bagno, il cortile, le porte e come si aprono e chiudono e per chi.

Il modo in cui la casa è ritratta è parte importante del fascino del film, io non conosco abbastanza Visconti ma credo ci sia un qualcosa di Visconti qui (gattopardo?) ma citato bene, con intenzione ma senza strafare.

Primo movimento quindi con la cena in casa, famiglia riunita per il compleanno del patriarca che sta per morire e annuncerà i suoi eredi (senza sorprese, ma con qualche tensione). Quindi la famiglia e i suoi percorsi interni, la tavola e le sue regole, la cucina, la servitù, la conversazione, la luce. Ruoli ben definiti a tavola, qui il nonno e la nonna, là la quasi fidanzata del primogenito, qui la nipote preferita, i baci di mamma.

Dura una mezzora, il primo movimento: capisci che questa cena è una rappresentazione lenta e cercata, una metafora spaziale e gastronomica (anche il cibo ha un ruolo chiave nel film, quanto la casa) del momento di perfetto equilibrio sull'orlo del disfacimento: irromperà qualcosa e tu lo sai da come si piegano le labbra gonfiate comem il faut, o da come si sospendono certe conversazioni. E infatti qualcosa irrompe, e la storia si solleva, esce dalla casa, trova una sua via nel concentrarsi sulla figura di Emma, la moglie russa del protagonista, e basta la pianto qui, non faccio lo spoiler.

Lei è Tilda Swinton, in questo film all'apice, bellissima, intensa, vestita da perfetta sciura di Corso Magenta ma con occhi affamati, elegante allo spasimo (i vestiti di lei come la casa, come il cibo, hanno un ruolo notevole e infatti nel momento di rottura i vestiti cambiano, via le scarpe, disfare il guardaroba con furia, infilarsi una felpa brutta e anonima), capace di svelarsi e raccontarsi e costruirsi e tradirsi recitando in gesti bruschi, nella pelle arrossata, bravissima bellissima perfetta nel ruolo volendo scontato di femmina trattenuta che poi esplode, si prestava a tutti i clichè del caso e invece no.

Appena uscita dal Cine Centrale, in un pomeriggio ancora freddo, ne ero un po' delusa perchè dopo il primo movimento pregustavo già quel saporino di ottima cosa che poi il film non riesce ad essere del tutto, ma ripensandoci è un gran film.

Italiano, milanesissimo nei colori, nelle pose, nelle facce, ma finalmente fuori dalle storie piccine del tinello, qui la storia è da tragedia greca; poi la riuscita non è impeccabile, ma mi piace la sfida, un po' alla Portaluppi.

Io sono l'amore

IO SONO L’AMORE di Luca Guadagnino (Italia, 2009)

di Giona A. Nazzaro

http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-film-della-settimana-io-sono-lamore-di-luca-guadagnino/

Si abusa molto della parola amore, ultimamente. Espressione principe del tumore che affligge la lingua italiana, le parole, schiacciate dalla funzione unica della comunicazione, vengono erose per insignificanza sempre crescente. La crisi etica del nostro paese è la perdita di realtà delle parole in funzione della cosiddetta comunicazione. La dittatura della comunicazione ha ucciso – se non altro ha severamente menomato – la possibilità di accedere al bene comune del linguaggio. Come che dire che qualunque cosa l’amore sia mai stato, di certo oggi non lo è più. Bisogna farsene una ragione: la parola amore non esiste più.

Per riprendere a vivere, quindi, probabilmente bisogna ricominciare dalle parole. Usarle con parsimonia. Intelligenza. Gusto. E soprattutto con piacere. Io sono l’amore di Luca Guadagnino fa proprio questo.

Se la crisi delle parole italiane è grave, quella del cinema nazionale lo è forse ancor di più, trattandosi di un ambito dove la parola, la lingua e il linguaggio fluttuano in una bolla di vuoto insignificante che si manifesta, appunto, in un pensiero non debole, ma inesistente e che produce di conseguenza un cinema nullo.

Luca Guadagnino con Io sono l’amore affronta a testa bassa una situazione culturale in fase di necrotizzazione in nome del piacere. Guadagnino si riappropria pubblicamente di un lessico che sembrava dovesse essere monopolio esclusivo del collaborazionismo cinetelevisivo per lanciare un’offensiva contro il proprio Paese in nome del principio di piacere.

Presentato a Venezia l’anno scorso dove ha subito un’accoglienza estremamente contrastata, Io sono l’amore è invece uno di quei film che rendono giustizia al binomio “cinema italiano”.

Milano è il luogo narrazione del film di Guadagnino. L’epicentro nevralgico è la famiglia Recchi. Industriali plutocrati, affetti da hybris buddenbrookiana ma dotati di un insaziabile gusto per il potere. Il patriarca (Gabriele Ferzetti) si ritira: passa le redini dell’azienda di famiglia al figlio Tancredi (Pippo Delbono) e al nipote Edoardo (Flavio Parenti).

Quest’ultimo, in realtà, sogna un ristorante all’insegna di sapori nuovi, autentici e tradizionali al tempo stesso da aprire con l’amico Antonio (Edoardo Gabbriellini). Emma (Tilda Swinton), moglie di Tancredi e madre di Edoardo, s’innamora follemente di Antonio, immemore di ruolo sociale, convenienza, etichetta, orgoglio e pregiudizio.

Guadagnino dirige il suo cast con passione viscontiana. Non c’è nota che non accarezzi con sensualità inaudita e non c’è inquadratura che non riveli d’essere stata amata e pensata. Gli avversi rimproverano al regista troppa intenzionalità dimenticando che nel melodramma, regno della stilizzazione folle, è proprio il tratto netto a offrirsi come segno del caos.

Coadiuvato dal direttore della fotografia Yoprick Le Saux (che vanta collaborazioni con nomi del calibro di Nico Papatakis, François Ozon e Olivier Assayas), Guadagnino letteralmente restituisce forma e colori a una città, Milano, vittima di una demagogica normalizzazione coatta.

La macchina da presa del regista vola, s’innalza, pedina, striscia, s’incanta, sogna come se fosse viva assurgendo a co-protagonista di Io sono l’amore.
Inebriato da odori, colori, suoni, forme, Guadagnino compone una sinfonia sensuale per corpi mutanti ed emozioni insurrezionali dimostrando letteralmente che il cinema – proprio come le parole – è una lingua viva se si sa come parlargli.

Ed ecco che Io sono l’amore rivela un cinema che in Italia non siamo più abituati a vedere sullo schermo. Un cinema che pratica la discontinuità della comunicazione a favore della parola. Un cinema profondamente politico che invece di fare prediche ai già convertiti offre agli occhi piaceri inauditi e scandalosi.

Quando il conflitto è alto si risponde con un volume di fuoco estetico ancor più alto. Niente minimalismi. Niente pianti. Niente materassi alle finestre o carri disposti in cerchio. Niente retorica. Si risponde con la ferocia dell’intelligenza, con la spavalderia della sensualità, con la gioia della parola, con l’arroganza del godimento, con il piacere del cinema.
Per riaffermare una verità sacrosanta: Io sono l’amore.

(1 aprile 2010)

Pane al pane

martedì 6 aprile 2010

«Siamo meno diversi da Singapore di quanto speravamo»

Domani esce in italiano l'ultimo saggio urbanistico di Rem Koolhaas, titolo bellissimo (Singapore songlines / Ritratto di una metropoli Potemkim, o trent’anni di tabula rasa).
La Stampa ne da un breve estratto oggi in cultura; scopro che RK ha vissuto a Singapore negli anni '50, e che suo padre era uno sceneggiatore.


"Ho compiuto i miei otto anni nel porto di Singapore. Non siamo scesi a terra, ma ricordo l’odore - dolcezza e marciume, entrambi che prendevano alle narici.
L’anno scorso ci sono andato di nuovo. L’odore non c’era più. In effetti, Singapore era sparita, raschiata via, ricostruita. Al suo posto c’era una città tutta nuova.
Praticamente tutta Singapore ha meno di trent’anni; la città rappresenta la produzione ideologica degli ultimi tre decenni nella sua forma pura, incontaminata da residui contestuali sopravvissuti. È guidata da un regime che ha escluso l’accidente e la casualità; anche la sua natura è interamente rifatta. È pura intenzione; se c’è caos, è caos ideato; se è brutta, è di una bruttezza progettata; se è assurda, è di una assurdità voluta. Singapore rappresenta un caso unico di ecologia del contemporaneo."

(...)

"Singapore è incredibilmente «occidentale» per essere una città asiatica; è la vittima apparente di un processo incontrollato di modernizzazione. La tentazione è, in un ultimo, educato, piccolo spasmo di colonialismo, di lasciare che sia uno di quegli enigmi destinati a restare tali, semplicemente perché «loro» sono asiatici o cinesi.

Questa percezione è frutto di un travisamento eurocentrico. L’«occidentale» non è più nostro dominio esclusivo. Fatta eccezione forse per le regioni delle sue origini, rappresenta ora una condizione di aspirazione universale. Non è più qualcosa a cui «noi» abbiamo dato il largo, non è più qualcosa le cui conseguenze abbiamo pertanto il diritto di deplorare; è un processo che si autoamministra, e che non abbiamo il diritto di negare - nel nome di sentimentalismi vari - a quegli «altri» che da lungo tempo se ne sono appropriati. Al massimo, siamo come genitori defunti che deplorano lo scempio fatto dai propri figli della loro eredità." (Rem Koohlaas)

Per chi ritorna senza esserci mai

Le mappe geografiche sono il mio debole

Grazie a Giovanni di Distanti Saluti, scopro un graphic blog per me ipnotico: Strange Maps.

I muri parlano

StarWalls, bellissimo photoblog di wall writing da tutto il mondo.

venerdì 2 aprile 2010

giovedì 1 aprile 2010

Pink, Blue, Gold

Yves Klein, ancora.

Yves Klein

Letto in PERSONALITA' CONFUSA:

La storia della pittura si concluse probabilmente con il più poetico degli artisti, il francese Yves Klein. Anzi, venne da lui conclusa. Egli fu il primo - e l'unico - a dipingere quadri monocromi, ossia utilizzando un solo colore, di solito il bianco o il blu. Nessuna sfumatura, nessuna nuance: una tela coperta di blu, con il rullo da imbianchino. Oltre non si poteva andare, se non lasciando la tela intatta e così esporla.

Anche nelle sue mostre, stupì amici e ammiratori: realizzò quadri monocromi alti persino venti metri. Un giorno invitò un gran pubblico nella sala di una galleria d’arte, e dopo averla completamente svuotata di arredi, e cominciò a intonacarne le pareti, come si fa per rinfrescare le case.

Nella sua ricerca dell’infinito, osò anche altro: ad esempio, per un certo periodo decise di sostituire i pennelli con il lanciafiamme. Con risultati poco soddisfacenti sul piano pratico - durante il lavoro,
talora l’opera si incendiava - ma assai efficaci su quello concettuale.

Era affascinato dall’idea del vuoto: si diede al commercio di spazi vuoti. Metri quadri d’aria, pezzi di cielo, opere assenti. Zone di sensibilità immateriale, le chiamava. Qualcuno le comprò. Lui pretese di essere pagato in oro, che poi gettava nei fiumi.

Fu anche musicista: nel 1949 compose una sinfonia. Lo spartito era semplice ma innovativo al tempo stesso: per venti minuti - o anche per ore, o per giorni - l’orchestra suonava la stessa identica nota, senza sosta. Oppure stava in silenzio, con lui sul podio di direttore.

Il ritratto più famoso resta senza dubbio la fotografia che lo rappresenta mentre con allegria si lancia sulla strada dalla finestra del secondo piano di un appartamento in periferia. Nel vuoto, appunto.

Non morì. In realtà ad attenderlo sul selciato c’era un gruppo di amici con un lenzuolo da pompiere, che poi vennero cancellati con il ritaglio di un’immagine del marciapiede deserto.

Era ossessionato dal blu oltremare, e brevettò questo colore. Realizzò antropometrie, sculture senza piedistallo, architetture dello spirito. Giovanissimo ma malato di cuore, si fuse con l’infinito a soli 34 anni.

Il corpo insepolto di Pasolini

di Marco Belpoliti
da NAZIONE INDIANA

Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti, e per molti versi misteriose, intorno a cui si agitano politici, intellettuali, investigatori, critici, scrittori e poeti. Il 22 marzo scorso Walter Veltroni, politico di rango, e anche autore di successo, ha inviato al Ministro Alfano una lettera per chiedere la riapertura delle indagini con metodi scientifici, da RIS, del delitto di cui fu vittima la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 il poeta. All’inizio del medesimo mese un altro politico, il senatore Marcello Dell’Utri aveva annunciato l’esistenza di un capitolo “rubato” di Petrolio, opera postuma di Pasolini, trafugato, si dice, dalla casa romana dell’autore dopo la sua morte. Il capitolo, che doveva essere esposto alla mostra del Libro Antico, di cui Dell’Utri è il motore, a Milano il 12 marzo. Come i giornali hanno documentato, quel manoscritto scomparso all’esposizione non c’era: sparito prima di essere mostrato in pubblico. Una storia strana che ha dato subito da scrivere a molti per via dell’alone di mistero che aleggia intorno al senatore, intimo di Silvio Berlusconi e fondatore di “Forza Italia”. Da ultimo, l’articolo apparso sul settimanale “L’espresso” in edicola il 26 marzo, a firma di Carla Benedetti.
In questo pezzo l’autrice racconta di essere andata a verificare di persona alla mostra del libro antico e di aver constatato l’assenza del capitolo, probabilmente quello intitolato “Lampi sull’Eni”, in cui si stabilirebbe una connessione tra l’uccisione di Enrico Mattei, presidente dell’ente petrolifero di Stato, ed Eugenio Cefis, misterioso manager, capo della Montedison. Il pezzo della Benedetti e la lettera di Veltroni avanzano l’ipotesi che il delitto Pasolini possa essere collegato con ciò che il poeta avrebbe scoperto della oscura vicenda Mattei-Cefis; il capitolo scomparso di Petrolio ne sarebbe la prova. Lampi sull’Eni sarebbe perciò la vera causa della sua morte. Non dunque un delitto a sfondo sessuale, bensì un delitto politico per le verità nascoste scoperte da Pasolini. Ne darebbe ulteriore testimonianza il celebre articolo, più volte citato da molti, Cos’è questo golpe, apparso sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974, e poi raccolto in Scritti corsari, in cui Pasolini diceva io so chi sono i responsabili delle stragi. Carla Benedetti cita un libro presente nella mostra di Milano, Questo è Cefis, esposto accanto alle prime edizioni di Pasolini – Dell’Utri è un celebre bibliofilo –, e insieme a un altro misterioso volume, L’uragano Cefis di Fabrizio De Marsi. L’articolo, Giallo Pasolini, prefigura un altro dei “misteri italiani”, l’ennesimo, in cui il più celebre e scandaloso intellettuale italiano, scopre i segreti di una trama che poi lo travolge. Ne è convinto il giudice Vincenzo Calia, della Procura di Pavia, che ha avviato nuove indagini sul delitto Mattei. In una conversazione notturna con la Benedetti e Gianni D’Elia, autore di un libro sull’argomento, il petrolio delle stragi (Effige 2005), Calia conferma alla Benedetti che lo scrittore può essere stato fatto fuori per quello che aveva scoperto.
Come in un romanzo giallo tutto dunque ruota intorno a un misterioso volume, presente nella mostra milanese: Questo è Cefis. Sulla copertina c’è il nome di Giorgio Steimez; l’editore si chiama Ami, ovvero Agenzia Milano Informazioni con sede a Milano, di cui era titolare il giornalista Corrado Ragozzino. Subito ritirato, il libro è un atto di accusa contro Cefis, ed è oggi una preziosità libraria per studiosi dei complotti italiani, così come l’altro citato nell’articolo dalla Benedetti, L’uragano Cefis, probabilmente edito da Flan.
Che nel delitto di Pasolini vi siano molti punti oscuri è senza dubbio vero. Che le indagini non furono condotte in modo scrupoloso, come scrive Veltroni nella sua lettera al Ministro della Giustizia, è altrettanto vero, ed è anche possibile che con gli strumenti scientifici attuali – tipo carabinieri del RIS – si sarebbero chiariti molti punti oscuri. Delle contraddizioni delle indagini hanno scritto Gianni Borgna e Carlo Lucarelli in un saggio “Così morì Pasolini” (“Micromega”, 2005). L’ipotesi di fondo è che l’assassino dello scrittore e regista, Pino Pelosi, non fosse solo. Da qui si dipartono due ipotesi: la prima che sia stato ucciso da un gruppo di persone in rapporto con Pelosi collegate al sottobosco della prostituzione maschile, o qualcosa del genere; la seconda che il delitto sia invece politico, come insiste da tempo Carla Benedetti e altri con lei.
Ora l’articolo pubblicato su “L’espresso” ruota intorno al capitolo scomparso di Petrolio, che non sappiamo se esiste davvero, e sul romanzo stesso che era sul punto di smascherare il complotto contro Mattei. Il perno sarebbe appunto il libro di Steimez, una tesi esposta nell’ultimo capitolo del libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Profondo nero (Chiarelettere, 2009). Dunque Pasolini era a conoscenza di cose che altri non sapevano? Si era così spinto avanti nella ricerca della verità su Cefin, Mattei e l’Eni da mettere a repentaglio la propria vita? Per rispondere a queste domande basta andare in libreria e comprare l’ultima edizione di Petrolio. Non quella edita da Einaudi nel 1992, ma quella attualmente a diposizione: copertina nera con una striscia bianca; un Oscar Mondadori curato da Silvia De Laude, uscito nel 2005, e da poco ristampato in una nuova veste grafica. De Laude è la curatrice delle opere di Pasolini nei Meridiani, di cui ha composto anche le note. Nel 2005 quando ha curato l’edizione economica – sconosciuta sia agli autori di Profondo nero sia probabilmente anche a Carla Benedetti – ha aggiunto delle note particolarmente dettagliate. Riguardano le fonti utilizzate dal poeta per comporre le diverse parti di Petrolio, libri e giornali consultati. Silvia De Laude ha utilizzato due strumenti: la cartella dove Pasolini archiviava i ritagli dei giornali e le fotocopie, ora conservata al Gabinetto Vieusseux di Firenze accanto all’autografo del romanzo e un lavoro svolto per una tesi di laurea da Iolanda Romualdi, la quale ha identificato con certosina pazienza le fonti giornalistiche utilizzate. Niente di segreto, dunque, ma tutto già ampiamente noto. Nell’avvertenza De Laude elenca gli articoli di giornale consultati (dal “Corriere” all’”Unità”) e poi il fascicolo della rivista “L’Erba Voglio” di Elvio Fachinelli, dove era riportato un discorso di Cefis all’Accademia Militare di Modena, altri due discorsi tenuti dal manager, e la fotocopia del libro di Giorgio Steimetz: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Ami, Milano 1972. Questa gli era stata fornita da Fachinelli stesso che gli aveva procurato anche altri materiali. Nelle note al libro, a partire dalla nota numero 12, De Laude cita passi del volume e li mette in rapporto con le pagine di Petrolio. Vi si segnalano inoltre due articoli apparsi su “L’espresso”, a firma di Giuseppe Catalano, nell’agosto del 1974, che impressionarono molto Pasolini, dedicati al rapporto tra Cefis e i servizi segreti; lo scrittore aveva ripreso nel romanzo rapporti redatti dal Sid, il servizio segreto, pubblicati sul settimanale romano e riguardanti Francesco Forte, socialista, vice presidente dell’Eni. Tutto quanto sta nella cartellina al Vieusseux. Si tratta perciò di materiale già noto, citato anche da altri, che circolava nei giornali, non di rivelazioni segrete, su cui Pasolini ha intessuto la sua complessa trama narrativa che, per quanto realistica, sconfina nella particolare visionarietà che possiedono le pagine dello scrittore, una visionarietà più vera del vero stesso. Tutto questo sarebbe il materiale che giustifica il delitto politico del più famoso intellettuale italiano, cineasta celebrato in tutto il mondo, poeta e collaboratore delle pagine del “Corriere della sera”? Cosa sapeva di più e di diverso, se le sue fonti erano quelle note al mondo giornalistico dell’epoca, citate da altri, pubblicate in volumi che, per quanto presto scomparsi, potevano essere fotocopiati e diffusi da Elvio Fachinelli? Si uccide uno scrittore per questo?
La mia risposta è no. Il delitto Pasolini resta ancora oscuro, tuttavia far di lui, come accade, oltre che un santo e martire, anche lo scandaglio dei misteri italiani, mi pare eccessivo e sicuramente lontano dal vero. L’articolo di Carla Benedetti in realtà funziona come un sintomo, a sua volta veritiero, di un problema rimosso. Lo dice con evidenza la chiusa stessa del pezzo apparso su “L’espresso”, là dove la Benedetti scrive in tono sublime: “Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai suoi cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo”. La vera omissione è proprio quella: non accettare il contesto e la situazione in cui Pasolini si è trovato. Non accettare la sua omosessualità, la sua attrazione non per il mondo gay – parola che il poeta rifiutava, come si evince da due saggi compresi in Scritti corsari –, ma per i ragazzi eterosessuali, per qualcosa che oggi si chiamerebbe pederastia, su cui con la sua solita intelligenza e ironia Alberto Arbasino si è più volte soffermato. Questo è il vero problema su cui nessuno, o quasi, si misura, questo lo scandalo, nel senso evangelico della parola: pietra d’inciampo. L’omosessualità rimossa di Pasolini è trattata come una sorta di vizietto, un elemento su cui sorvolare, mentre costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi. Le lucciole, scomparse per via dell’inquinamento di fiumi e rogge non sono solo la metafora della modernizzazione senza sviluppo denunciata da Pasolini, ma anche della scomparsa dei ragazzi eterosessuali disposti all’incontro sessuale con lui. Le lucciole sono i ragazzi stessi.
In un libro, credo ignorato dai più, ma assai acuto e insieme delicato e poetico, Breve vita di Pasolini, edito da Guanda, il cugino di Pier Paolo, Nico Naldini, ha spiegato a suo modo, non troppo lontano dal vero, cosa successe quella notte a Ostia. L’ultimo capitolo di quel libro sarebbe da trascrivere qui tutto, ma non è possibile. Naldini dice di non credere al complotto e probabilmente neppure all’esecuzione del branco. I motivi che adduce fanno riflettere, e gettano uno sguardo differente sull’intera vicenda. Anche quella di Naldini, anche lui omosessuale, poeta e scrittore fine e sottile, è una visione. L’ultima notte Pier Paolo la trascorse al ristorante con Ninetto e sua moglie. Poi incontrò Pino Pelosi che era, in quel punto della vita, nella fase di un Kairos adolescenziale: a Pasolini rammentava le fisionomie delle sue amicizie borgatare. Questo accese il desiderio: un ritorno al passato. “Se il desiderio è solo libidine, esige un rapido appagamento. Ma se esso si allunga in aspettative voluttuose – scrive Naldini – e se l’immaginazione è colpita dal ritorno del “sopravvissuto”, gli atti che si sono succeduti in quella sera trovano una collocazione”. I due siedono al ristorante. Pier Paolo ha già mangiato, ma ordina per il ragazzo e una birra per sé, ma anche “per darsi un contegno”. Comincia a far domande. Si sente senza dubbio attratto, ma non gli basta la concupiscentia oculorum. Nella sosta al ristorante la Medusa si palesa attraverso i tratti del ragazzo, e questo “gli fa perdere il senso del pericolo proveniente da una generazione che si è smarrita nei confini tra il bene e il male”. Nell’auto avviene il primo scambio sessuale. Forse non a caso il luogo dove si trovano è quello in cui due anni prima Pasolini ha girato la scena più erotica di un suo film.
La visione di Naldini a questo punto s’inoltra in un terreno friabile, difficile, eppure pertinente. Ci dice qualcosa sul desiderio omosessuale che non si legge quasi mai se non nei romanzi, cioè nella letteratura: “A differenza di quanto avviene nella sessualità femminile, un ragazzo non può simulare attrazione”. Anche se è stato abbordato per strada o in un luogo preciso, se ha risposto all’invito di uno sconosciuto, “è il ragazzo che quasi sempre sceglie sia pure inconsapevolmente il suo partner”. In quella sera di quindici anni fa “la disponibilità del ragazzo è fatale per Pasolini”. Egli l’ha sentita probabilmente come un’apertura ad un altro genere di complicità, e proprio questo ha spinto l’uomo a compiere un gesto inequivocabile il quale ha indotto nel ragazzo un elemento di terrore, “come una rivelazione implicita o l’atto offensivo di una supposizione”. Ecco, scrive Naldini, questa è la situazione “in cui si accetta il proprio destino o lo si rifiuta; ma c’è una sospensione tra le due cose, la violenza diventa tanto maggiore”. In Pelosi si scatena una violenza inaudita: non solo violenza contro l’incubo dell’altro, ma “pura hybris di fuggire da se stesso”. Per questo fugge da sé passando e ripassando con l’automobile sul corpo dell’uomo. Quando si sederà sulla poltrona di uno studio televisivo – le dichiarazioni fatte anni dopo che hanno indotto a molti a ritenere che il delitto non fosse stato commesso da lui solo –, dice Naldini, “nessuno sa più che cosa egli sia”:“Una forma umana di genere indefinito, una forma dilavata dall’interno e fuori che può esternare qualsiasi cosa”.
Qui termina il racconto e il libro stesso. Una visione, non una certezza processuale. Ma cosa può fare un poeta, uno scrittore e persino un critico se non muoversi tra le visioni e la forma letteraria che esse prendono. Questo era il metodo stesso di Pasolini, la sua forza, per cui, come mi è capitato di scrivere, è quella di colui che ha sempre ragione anche quando ha torto. La sorpresa è dunque di scoprire che, non solo la sua particolare omosessualità venga rimossa, a sinistra come a destra, ma che la sua lezione poetica e intellettuale disattesa dai suoi seguaci e difensori. Il delitto Pasolini non è un delitto politico perché operato per far tacere uno che “sapeva” la verità su un attentato o una strage, ma perché è stato ucciso un poeta che diceva verità scomode usando la parole e le immagini, uno che gettava il suo corpo nella lotta, uno che praticava lo scandalo di contraddirsi, che non scopriva segreti occulti, ma che rivelava tutto quello che era già evidente, e che nessuno voleva davvero vedere: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro di te nelle buie viscere”.
Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini, di comportarsi con lui così come lui si è comportato con noi. I maestri si mangiano in salsa piccante, dice il Corvo in Uccellacci e uccellini. Sarà un pasto duro e una digestione lunga e difficile, ma abbiamo abbastanza salsa. Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero. Ai poliziotti e ai tribunali spetta un altro lavoro. Non credo che sia propriamente il nostro.

[pubblicato oggi su La Stampa, in una versione notevolmente ridotta]
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