domenica 19 dicembre 2010

Il concetto di semplificazione alla padana



Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare
rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare
siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro
per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
quei programmi demenziali con tribune elettorali
e avete voglia di mettervi profumi e deodoranti
siete come sabbie mobili tirate giù uh uh.
c'è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero
uh com'è difficile restare padre quando i figli crescono e le mamme imbiancano.
quante squallide figure che attraversano il paese
com'è misera la vita negli abusi di potere.

Sul ponte sventola bandiera bianca.

(L'immagine è la cartolina augurale per il prossimo anno scelta dal Ministro per la Semplificazione).

Buone Feste

Perchè a vent'anni tutto è ancora intero




I Baustelle intervistati da Bruno Ruffilli su La Stampa oggi

Dieci anni dopo, i Baustelle ripubblicano il loro primo disco, Sussidiario Illustrato della Giovinezza. E’ pieno di difetti, incerto, a tratti pretenzioso, ma è un lavoro originale e coraggioso nell’asfittico panorama italiano degli ultimi anni. L’uscita (anche in versione cofanetto illustrato da Alessandro Baronciani, con vinile e 45 giri) è stata accompagnata da un mini tour che si è appena concluso. Intanto I Mistici dell'Occidente, quinto album firmato da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini è uno dei dischi da ricordare di questo 2010.

Bianconi, quanti anni ha?
«Sono del 1973, dovrei averne 36 o 37»

E’ arrivato il momento di guardarsi indietro?
«No, ma il tempo cambia l’atteggiamento che hai nei confronti di te stesso giovane. Io non ho mai avuto problemi con Montepulciano, dove siamo nati e abbiamo cominciato a suonare nel 1996. Però allora mi sembrava che l’unica scelta per crescere fosse andar via, mentre con gli anni ho capito che si può rimanere provinciali indipendentemente da dove si vive».

Sui provinciali avete scritto spesso…
«Certo, siamo provinciali e continuiamo a esserlo, forse ci è rimasta addosso questa sensazione di essere esclusi da quello che succede nel mondo».

Nel frattempo è esplosa internet, pensate che abbia cambiato le cose?
«Nel 1999, mentre registravamo Sussidiario in uno studio vicino Pisa, internet non c’era, non si potevano controllare le mail, non si poteva andare su Facebook, acquistare una canzone. In dieci anni è cambiato il mondo. Potenzialmente il web è un miglioramento, oggi anche una piccola band può distribuire la sua musica ovunque, senza dover registrare una cassetta e sperare che un discografico la ascolti come abbiamo fatto noi. Parallelamente, però, c’è stato un cambiamento del mercato, nel senso che è andata in crisi l’industria discografica. E si è diffusa una cultura della musica senza valore, nel senso di senza prezzo ma anche senza spessore artistico: c’è un’offerta costante, sovradimensionata, perfino eccessiva».

Che fine ha fatto la vostra etichetta di allora?
«La Baracca e burattini non esiste più, come molte etichette indipendenti: oggi sono scomparse, mentre dieci anni fa il loro lavoro come talent scout era fondamentale. La Tempesta Dischi, che è l’unica importante etichetta rimasta, è diventata di fatto un collettivo, lavorano per passione e non per profitto. I loro artisti, come I Tre Allegri Ragazzi Morti, si pagano da soli i dischi, mentre noi all’epoca avevamo la possibilità di essere messi sotto contratto da etichette vere, anche se piccole».

Come mai riproponete il Sussidiario dal vivo nella prima parte del concerto?
«Non è un’operazione di filologia: lo suoniamo come vogliamo, un po’ riarrangiato, perché ci sembra giusto presentare l’album, ma anche raccontare come siamo in questo momento. Questa ristampa è un atto d’amore verso il nostro pubblico, perché ai concerti in molti richiedevano il disco, ma anche la voglia di divertirsi a cercare vesti nuove per canzoni vecchie. Alcune non le avevamo mai eseguite dal vivo».

Cos’ha pensato a risentirle dieci anni dopo?
«Ci sono molte ingenuità, non è facilissimo riascoltare un disco del genere. Adesso capisco che sono cambiato, che siamo cambiati tutti, per certe cose in meglio: ovviamente abbiamo meno ingenuità, difetti, errori. Ma è una sorpresa riascoltarsi e notare come dei ventenni alle prime armi fossero riusciti a fare un disco bello e con delle trovate nuove, soprattutto per la musica alternativa di allora, che era essenzialmente un rock basato sulle chitarre. Poi siamo arrivati noi con una specie di grande caleidoscopio: la canzone italiana, le colonne sonore, l’elettronica, tutto ricomposto in una maniera che forse prima non era mai stata provata».

I Baustelle hanno fatto scuola?
«Oggi quel tipo di ricerca è ripreso da band come Non voglio che Chiara, Dente, Le Luci della Centrale Elettrica e molti altri. Allora dovevi suonare come i Marlene Kunz, gli Afterhours, i Csi. Se Sussidiario non fosse stato riconosciuto come un prodotto della scena indie forse non sarebbe stato sdoganato quel tipo di suono anche per Dente, che oggi tutti pacificamente catalogano nell’indie».

Con la ristampa del primo disco si chiude un circolo. E poi?
«Poi vedremo, non mi va di fare l’esegeta di me stesso».

Cosa hanno in serbo i Baustelle per il futuro?
«Faremo forse un concerto a Capodanno, poi stacchiamo e cominciamo a scrivere le nuove canzoni, ma vorremmo far uscire un disco live, perché le registrazioni dei concerti di quest’anno con l’orchestra sono bellissime, mi piacerebbe racchiuderle in un disco».

Com’è stato scrivere La Tigre per Anna Oxa?
«Mi ha sorpreso davvero, avevo tempi ristrettissimi, ma ho voluto provarci perché avevo sentito gli altri brani del disco e mi erano piaciuti. Il suo è un disco molto coraggioso, mi piace come ha interpretato la mia canzone, lei si circonda di musicisti bravissimi, canta in maniera divina, così un esperimento nato senza grosse aspettative si è rivelata una delle esperienze più interessanti come autore».

Che differenza c’è tra le canzoni composte per la sua band e quelle per altri interpreti?
«Il lavoro da autore come Francesco Bianconi non è come scrivere per i Baustelle: è ovvio che ci siano delle somiglianze, ma comporre per un altro significa immedesimarsi, le canzoni funzionano se chi le ascolta percepisce una verità nell’enunciazione. Bruci la città, ad esempio, parla di me, ma ha avuto successo perché è risultata credibile in bocca a Irene Grandi. Le canzoni sono spesso bugiarde ma per funzionare devono sembrare vere»

martedì 7 dicembre 2010

Il dicembre più lungo


Fu il dicembre del 2007.
Erano gli ultimi giorni di attesa con mio figlio nella pancia, senza voglia di uscire nel mondo freddo.
Arrivò la notizia di questo incendio all'acciaieria, sembrava una cosa piccola.
E invece fu un lungo, lunghissimo mese di morti cadenzate, dalla finestra dell'ospedale dove nel frattempo Francesco era nato vedevo passare i parenti dei ragazzi ustionati.
Sono morti tutti, e ancora succede di morire per incuria e avidità; stanotte a Torino qualcuno ha portato elemeti da cantiere sulle statue della città.

venerdì 26 novembre 2010

Milano non è la verità



Il mio amico Luca B. ha scattato questa foto in una fermata ATM. Un ritratto meraviglioso.

Struscio
Zarri
Calciatori
Negri
Froci
Loft
Studenti dalla terronia
Avvocati falliti
Cocaina
Cattivi
Coltello
Depressione
Meridionali con le Hogan
Zanzare
Poliziotti corrotti
Dario Fo
Parrucchieri
Vuitton
BMW
Rolex
Industrialotti
Scambisti
Disastri aerei

giovedì 25 novembre 2010

Ed io non so chi va e chi resta

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi: altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale, Le occasioni

martedì 23 novembre 2010

Sciupare

Hai detto: per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo e’ votato al fallimento
dove il mio cuore come un morto sta sepolto
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina.

Non troverai altro luogo, non troverai altro mare.
La città ti verra’ dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’e’ nave, non c’e’ strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
Tu l’hai sciupata su tutta la terra.

Konstantinos Petrou Kavafis

martedì 16 novembre 2010

Italia si Italia no la strage impunita....


Oggi pomeriggio i giudici della Corte d’Assise di Brescia hanno assolto tutti i cinque imputati al termine del processo per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti e oltre 100 feriti). L’assoluzione è intervenuta in base all’articolo 530 comma 2 assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone.

Aldo Plazzeschi, L'assolto:

Io sono “l’assolto”
miei cari signori,
e ora che sono fuori
guardatemi bene in viso:
ho ucciso?

“Assolto!”

È la mia professione,
che intendo bene di sfruttare
dal suo lato migliore.

“Assolto!”

Appena uscito
mi accorsi subito
qual era il miglior partito.
Fuggire?
Nascondersi agli occhi della gente?
Macchè!
Sottrarsi alla sconcezza
del dubbio ch’io rivesto?
Macché!
Rivestirlo dignitosamente
o con disinvoltura?
Macché! Niente, niente!
Esibirsi, senza misura,
generosamente.
Gli è perciò ch’io frequento le strade,
il passeggio, i teatri, il caffè,
come ogn’altr’uom non assolto:
certe volte mi diverto poco…
certe altre molto…
né piú né meno di lui o di te.
Si sa che color che incontrandomi
intrecciavan col mio bei sorrisi,
vedeste ora che visi…
che visi mi fanno!
E che voci sorprendo dai crocchi!
Vedeste che occhi!

- Un innocente si scolpa.
- E un farabutto lo stesso.
- Ha taciuto, ecco tutto.
- Ha taciuto come un innocente.
- Ha taciuto come un farabutto!
- E gli errori?
- Questi sono gli errori,
i delinquenti sono tutti fuori!

Entro per tempo in teatro,
prendo possesso della mia poltrona
con molto sussiego.
Mi volgo, mi chino, mi spiego;
mi lascio ammirar giro giro
con aria da Dio.
E se certi visi si spostano
resta inflessibile il mio.
Per i primi venti minuti
lo spettacolo lo do io.
“Bella che stai puntandomi
attraverso la lente
dell’occhialino,
dimmi, mio bel musino,
mi desideri innocente,
o mi desideri assassino?”
Un signore là indietro,
dai posti distinti,
macina lesto fra i denti:
“sul trono, sul trono i briganti!”
E un altro:
“guardate che ghigna stasera,
facciaccia da galera!”
Quando s’alza il sipario
divento anch’io
un umile spettatore,
come lui,
negli antratti ritorno un poco attore,
eppoi ancora spettatore
come te, come tutti gli altri.
E se dopo all’uscita qualcuno mi aspetta,
io esco pian pianino
senza nessuna fretta.
Poi vado al caffè.
Finché c’è gente sveglia nella città
resto a sua disposizione,
nessuno dev’essere defraudato
nella legittima curiosità,
sono un galantuomo
nella mia professione.
E non crediate ch’io sia tardivo
ad escir fuori al mattino, macché!
bisogna pensare che il mattiniero
ha gli stessi diritti
del nottambulo cittadino.

“Assolto!”
Può sembrar poco…
e può sembrar di molto.
Guardatemi bene in viso:
ho ucciso?

mercoledì 10 novembre 2010

Il vertice



Quello al centro vorrebbe chiudere il prima possibile con queste usanze antiche di rendere conto ai giornalisti.
Quello a destra se ne fotte di qualsiasi regola (e non mi riferisco al sigaro, ma al maglione peloso color nocciola, robe che circolano solo a Gemonio).
Uno fa ciò per cui è pagato, regge il posacenere.
Uno dorme.
Il giovane, dietro, impara come si fa.

(Conferenza stampa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, accompagnato dal ministro Umberto Bossi, sull’alluvione in Veneto, prefettura di Vicenza. Foto da LaStampa, suggerimento da Il Post)

lunedì 8 novembre 2010

Sii bella, e stai zitta



Oggi il boxino morboso de LaStampa.it tocca vertici di approfondimento nell'analizzare il look "meno curato" di Amanda Knox in tribunale.

Quando c'è la notizia...

martedì 2 novembre 2010

Avevo davanti a me due strade: scelsi la meno raccomandata



Ieri La Stampa ha pubblicato un bell'articolo di Paolo Mastrolilli su Ted Sorensen, amico, consigliere, ghost writer di JFK e poi tante cose oltre.
Lo riporto tutto.
La Stampa nei giorni festivi e piovosi è un giornale favoloso.


E' morta la voce di John Kennedy. Anzi la sua ombra, il suo fantasma, la sua «banca del sangue intellettuale», come si divertiva a chiamarlo il re di Camelot. Perché Theodore Chaikin Sorensen, ucciso ieri a 82 anni da un ictus a New York, era molto più che la penna dei discorsi di Kennedy: era la sua ispirazione. Facciamo un paio di esempi. Ricordate la frase più celebre che il presidente ucciso a Dallas pronunciò nel discorso della sua inauguration? «Non chiedere cosa può fare il tuo paese per te, domanda piuttosto cosa puoi fare tu per il tuo paese».

Oppure quella che divenne la linea di demarcazione del mondo occidentale per tutta la Guerra Fredda: «Ich bin ein Berliner», io sono un berlinese, pronunciata proprio davanti al muro della vergogna. Chi le ha scritte, secondo voi? Se chiedevate a Sorensen, abilissimo a restare sempre nell'ombra, rispondeva che non ricordava bene da dove venissero quelle righe. Tranne poi prendersi tutta la responsabilità dell'errore grammaticale nascosto nella frase in tedesco, dove quel rafforzativo «ein» aveva maldestramente trasformato il senso del grido presidenziale nell'esaltazione di un noto dolce dell'ex capitale divisa dal muro.
Un vero consigliere fedele, del resto, è così: si prende tutti i torti, e gira al capo tutti gli elogi. «Il mio ruolo - diceva Ted scherzando, ma non troppo - è pensare e preoccuparmi... e molto spesso piegarmi». Dove l'espressione usata per offrire la prova della sua flessibilità, «bent over», ha pure un doppio senso gergale che di questi tempi farebbe arrossire persino Ruby Rubacuori.

Sorensen era nato nel 1928 a Lincoln, nel Nebraska, da un padre repubblicano che era arrivato a essere ministro della Giustizia dello Stato. Nel migliore dei casi, lo aspettava una carriera di avvocato tra le piantagioni di pannocchie. Appena laureato, però, aveva deciso di fare un'esperienza a Washington. Davanti a lui c'erano due strade: fare il riverito portavoce del famoso senatore Henry Jackson, oppure andare a sgobbare per un giovanotto del Massachusetts di nome Kennedy: «Avevo davanti a me due strade: scelsi la meno raccomandata, e ciò ha fatto tutta la differenza nel mondo».

Avere Ted sottobraccio, in realtà, ha fatto la differenza anche per il mondo di John. In Italia, chissà perché, quando si immaginava la mente di Camelot tutti pensavano ad Arthur Schlesinger, ma era Sorensen quello che si era consumato le scarpe correndo dietro a Kennedy per tutta l'America, quando la Casa Bianca era solo un miraggio lontano. E John aveva avuto l'intelligenza di apprezzare il suo acume, al punto di prendergli in prestito senza ritegno, o rubargli, le idee migliori. Per esempio, quando i sovietici mandarono per la prima volta in orbita un cosmonauta, Yuri Gagarin, fu Ted che si presentò nell'ufficio del Presidente con l'idea di scavalcarli: «Lui era l'uomo che aveva parlato della Nuova Frontiera: chi meglio di lui poteva ispirare un popolo ad arrivare sulla Luna?».

Detto e quasi fatto, a partire dal discorso per convincere l'America, che naturalmente toccò a Sorensen. Stessa storia quando Krusciov, durante la crisi dei missili a Cuba, minacciava la guerra nucleare. Ted, insieme a Bobby Kennedy, suggerì al Presidente di ignorare i messaggi più bellicosi del Cremlino, e scrivere invece una proposta di pace che salvasse la faccia a tutti. John accettò, e Nikita pure, dopo che Sorensen aveva vergato l'unica lettera che abbia mai salvato il mondo dall'Apocalisse. Quanto basta per uscire adesso di scena ed entrare nella storia, con la penna in mano.

lunedì 1 novembre 2010

Ipse dixit

‎"La storia è piena di capi di Stato puttanieri."
(Maurizio Belpietro riferendosi a John Fitzgerald Kennedy)

Oh beh, anche di giornalisti sputtanati.

lunedì 25 ottobre 2010

Il lenzuolo bianco



"Oggi si è fatta strada in Italia una strana concezione dell'informazione che si potrebbe sintetizzare in un gesto: quello di sollevare il lenzuolo e spingere tutti a fissare quello che c’è sotto. Molti restano incollati all’immagine terribile, altri sfuggono, alcuni cominciano a provare disgusto". (Mario Calabresi, La Stampa, editoriale del 25 ottobre 2010)

Grazie, Direttore.

giovedì 21 ottobre 2010

Cazzo esulti?



Lei, vista su La Stampa.it oggi, è proprio tanto caruccia, e l'immagine di una madre con il suo piccolo al seno è sempre romantica e tenera.

Ma ditemi cosa c'entra con il miglioramento dei diritti delle madri lavoratrici il portarsi il neonato al lavoro.
Proprio sicuri che sia un DIRITTO per cui esultare?

mercoledì 20 ottobre 2010

La ragione diamo e il vincere ai coglioni, oppure ai bari


Dopati, però.
Tredici è pari, lo diceva già Guccini.

Lettera dal fronte


Oggi una mia amica ha scritto queste parole dal fronte della scuola. Non è una ragazzina alle prime difficoltà professionali, è una prof che insegna da TANTI anni, alle medie alle superiori e anche in un istituto parauniversitario specialistico, con una bella laurea scientifica e la passione che serve e che ci si aspetta da chi ha un ruolo delicato come quello dell'insegnante.
Le ho chiesto il permesso di usare le sue parole qui, non ho cambiato niente se non i riferimenti diretti all'Istituto.
Credo che queste parole in presa diretta siano il manifesto di tante sofferenze, a partire da quella personale, certo, in cui però si vede fin troppo bene lo sfascio della scuola dove vanno o dove andranno i vostri figli, non solo il mio. E il disastro di una società che ritiene normale che esistano professionisti convocati al telefono la mattina alle 7.30, per lavorare oggi qui e domani là, oggi all'Istituto specialistico dove vanno quelli che mi cureranno quando avrò il cancro, e domani alla materna, perchè insegnare è insegnare, è come cantare, se ti viene ti viene, che sia l'Aida o i Ramones, no?

Il fronte non è lontano, è in ogni singola scuola, anche in quella all'angolo della via dove abitate, pensateci, anche se non avete figli e non ne avrete mai.


Non so che cosa mi sia preso.
Questa mattina ore 7.30...telefonata per una supplenza.
Ho avuto una crisi isterica.
Ho rotto un vetro con un cazzotto.
Ho urlato come una matta.
Ho pianto.
Ho buttato giù tutto quello che avevo sotto mano.
Il gatto sotto il letto dalla paura.
Mia figlia in piedi allucinata e piangente.
Mio marito che mi guardava impaurito.
Ne avevo bisogno.
Come sto ora?
Come prima, solo in più con una mano fasciata.
Perchè ho scritto?
Boh. I matti sono matti.

Ieri dopo 15 anni è finita la collaborazione scolastica con l'Istituto Superiore di di YY.
Sto svolgendo gli ultimi esami con i miei ragazzi e domani firmerò gli ultimi diplomi.
Era il mio lavoro personale, era il mio progetto.
Era quella nicchia in cui mi nascondevo quando le cose andavano male.
Ho avuto i miei risultati: i ragazzi che ho formato, ancora adesso mi chiamano.
Ho avuto molte soddisfazioni.
Ho dato il cuore in quella scuola.
E ho dato tanto.
Ma ho ricevuto anche tanto.

Adesso grazie alla riforma Gelmini tutto finisce, finiscono i progetti, sono finiti i soldi e finisce la collaborazione.
Era la mia rivincita professionale.
E anche se la mattina andavo andavo all'esaltante materna comunale a lavorare, a star dietro a 25 bambini urlanti e piangenti, sapevo che poi avevo il mio lavoro.

Son tre anni che bene o male nello schifo di materna dove mi chiamano avevo una classe stabile, comunque una annualità.
Non era il massimo.
Ogni mattina mi alzavo dicendo: é un lavoro.
A casa che faccio.
Anche se non è il massimo ci vado..
E tutto sommato in questi tre anni anche con i gnappetti piccoli le mie soddisfazioni le ho prese. Ho le lettere dei genitori che mi ringraziano, ho i disegni dei bambini.
Insomma anche lì ho dimostrato che posso dare qualche cosa.

Ieri la botta in testa.
Fine della supplenza che avevo preso per un mese.
Fine del lavoro all'Istituto dopo 15 anni.
E si ricomincia a trottare come venti anni fa.
Nulla è cambiato, anzi invece di andare avanti torno idietro.
Tutti i giorni ad aspettare la telefonata.
Scuole diverse.
Bambini diversi.
Mamme diverse.
Colleghe diverse.
Progetti diversi.
Ultima ruota del carro.
Mia figlia sbattuta di qua e di la.
Marito che mi dice che con uno stipendio non si può andare avanti.
Venti anni che faccio questa vita.
Questa mattina ho avuto il panico.
Per di più non ci sarà nemmeno più il concorso quindi tutto questo non servirà nemmeno per una ipotetica assunzione.
Niente annualità.
Lavoro giornaliero alla materna.

Ho dato di matto.

Sono uscite fuori le mie paure.
La mia ineguatezza il mio senso di fallimento su tutto e su tutti.
Insomma sto male.
Non voglio sentire che tutto passa tutto si sistema vedrai che riuscirai.
Ho voglia di urlare al mondo che Marina esiste e si è rotta il cazzo.


Grazie, Marina (anche se non è il tuo nome).
Urlalo anche da qui.
E non pensare mai di essere matta, matti sono quelli che vogliono farci credere che tutto questo possa acacdere in un paese normale, in una scuoal normale, in un posto di lavoro normale.

(L'illustrazione è di Michele Petrucci)

lunedì 18 ottobre 2010

Back from Berlin


Dal sito nuovo nuovo della Topografia del Terrore, il luogo dove Berlino riflette sulla sua storia più violenta, questa foto di un operaio che alle manifestazioni del 1933 ostenta le braccia incrociate mentre tutti intorno a lui salutano con il braccio teso.

Il gesto a volte è tanto.

mercoledì 13 ottobre 2010

Ho visto la Terra partorire Uomini


Di solito la mattina io e mio figlio guardiamo i cartoni animati, ma stamattina no, stamattina c'era un parto in diretta.

Is your soul alive? Then let it feed!
Leave no balconies where you can climb;
Nor milk-white bosoms where you can rest;
Nor golden heads with pillows to share;
Nor wine cups while the wine is sweet;
Nor ecstasies of body or soul,
You will die, no doubt, but die while living
In depths of azure, rapt and mated,
Kissing the queen-bee, Life!

(Edgar Lee Masters, Edmund Pollard in Spoon River Anthology)

Definizione perfetta


Mike Nichols via Guia Soncini sul tradimento:

«Over and over, people tell me things about their mate and I’m always stunned. I think, don’t you know that’s the beginning of separating? That if you tell somebody outside anything at all about the person you love, that it’s the beginning of the end? You can’t. Lots of people don’t know that, so what is betrayal? Is it talking at all to anyone about the person you love? I’d say so.»

Architettura come sogno


La Biblioteca Pubblica di Stoccolma.

lunedì 11 ottobre 2010

Micetti feroci


In questi giorni ho visto uno dei migliori video di Youtube nella mia personale classifica. E' una cosa semplice, niente altro che un lungo montaggio in sequenza di immagini prese da profili di Facebook, foto di persone normalissime che usano per rappresentarsi immagini di teneri gattini, e le foto fatte al matrimonio quando ero truccata così bene, o con gli occhiali da sole che si sa aggiungono mistero, e dei figli e dei fidanzati e delle vacanze, proprio come faccio io.

Solo che insieme a queste immagini scorrono anche le parole che queste persone normalissime che amano i gattini e gli amici e i figli e le vacanze hanno scritto nei loro status tra giovedì e venerdì scorso, quando un fatto di cronaca cattiva ci ha tolto un po' a tutti il respiro.
E sono parole terribili, un ritratto di collettività degradata e disillusa, senza speranza, e feroce.

giovedì 7 ottobre 2010

Che gli Dei siano presenti



C'è una ragazzina di 15 anni con la faccia nell’acqua, giù in un pozzo, coperta di pietre.

(Rubo queste parole a Stefano Nazzi dal Post).

Diventare maschi


A me Tiziano Ferro piace, caldo e pop, e mi ci sono sempre fatta delle gran cantate solitarie in lunghi viaggi in macchina, e quel verso in cui descrive l'impossibilità di ignorare il senso di perdita ("Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare, credere di stare bene quando è inverno e te togli le tue mani calde...") può compensare ogni disinvoltura grammaticale; in ogni caso come dice la Soncini a me di quel che succede nelle sue mutande non me ne importa granchè, e trovo tristissima la nostra società che richiede ammissioni e coming out.

Però intanto oggi grazie a Tiziano Ferro, via Cose che Dimentico, ho scoperto questo post di Gianni Vattimo su un libro di Franco La Cecla, mi sembra materiale molto interessante.

Maschi si diventa
di Gianni Vattimo
L'espresso, 14 maggio 2010

"Perché mai, come diceva Simone de Beauvoir, un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere un maschio? Da una domanda come questa muove Franco La Cecla, professore in varie università europee e statunitensi, nel proporre una antropologia del maschio ("Modi bruschi", Eleuthera, euro 13, pp. 128). Maschi, e femmine, in senso proprio non si nasce, ma si diventa. Eppure per molto tempo, nella cultura occidentale, questo non è parso un tema di studio, mentre lo è stato, come si sa, la condizione femminile: le donne hanno per prime preso coscienza della storicità della loro condizione, mentre i maschi hanno a lungo goduto, si fa per dire, della identificazione tra "vir" e "homo": l'humanitas era "ovviamente" un affare al maschile. Perché non sia più così non è solo risultato della rivoluzione sessuale, dei movimenti di liberazione, femminile, gay, ecc. Anzi, questi ultimi sono solo l'aspetto più recente della omologazione moderno-capitalistica di donne e uomini distinti solo dagli attributi genitali, mentre prima si integravano in rapporti sociali ricchi di connotazioni affettive non esclusivamente genitali.
Nella riduzione alla genitalità, è soprattutto il maschio che va in crisi perché da sempre la sua virilità deve formarsi attraverso un laborioso distacco dalla madre e dal connesso pericolo della effeminatezza (acquistando i modi bruschi del titolo), nella costante ansia della prestazione sessuale.
La Cecla, come lo stesso Marx, prova una legittima nostalgia per la comunità precapitalistica dove si poteva diventare veri maschi e vere donne senza ridursi a pura identità sessuale. E dove, come dice Foucault, non si era ancora inventata la categoria psichiatrico-poliziesca della omosessualità, perché era ancora viva la pratica dell'amicizia, non solo virile."

mercoledì 6 ottobre 2010

Words are very unecessary


(lastampa.it)

Boris Goudonov al Regio



Applausi dopo ogni quadro e trionfali alla fine dell'opera hanno salutato questo impressionante Boris Godunov di Musorgskij, inaugurazione della stagione del Regio nel nuovo allestimento coprodotto con il Palau de les Arts Regina Sofia di Valencia e la Fondazione Petruzzelli di Bari; garanti autorevoli il direttore Gianandrea Noseda, a casa sua nel repertorio russo, e il regista Andrei Konchalovsky. (LaStampa.it, oggi)

Cantami di questo tempo l’astio e il malcontento
Di chi è sottovento
E non vuol sentir l’odore
Di questo motore
Che ci porta avanti
Quasi tutti quanti
Maschi femmine e cantanti
Su un tappeto di contanti
Nel cielo blu

Figlio bello e audace
Bronzo di Versace
Figlio sempre più capace
Di giocare in borsa
Di stuprare in corsa
E tu
Moglie dalle larghe maglie
Dalle molte voglie
Esperta di anticaglie
Scatole d’argento ti regalerò

Ottocento
Novecento
Millecinquecento
Scatole d’argento
Fine Settecento
Ti regalerò

Quanti pezzi di ricambio
Quante meraviglie
Quanti articoli di scambio
Quante belle figlie da sposar
E quante belle valvole e pistoni
Fegati e polmoni
E quante belle biglie a rotolar
E quante belle triglie nel mar
(Fabrizio De Andrè, 1990)

martedì 5 ottobre 2010

Fateci avere un bel senso di appartenenza


"Al diavolo la realtà! Dateci un bel po’ di stradine serpeggianti e di casette dipinte di bianco, rosa e celeste; fateci essere tutti buoni consumatori, fateci avere un bel senso di Appartenenza e allevare i figli in un bagno di sentimentalismo ― papà è un grand’uomo perché guadagna quanto basta per campare, mamma è una gran donna perché è rimasta accanto a papà per tutti questi anni ― e se mai la buona vecchia realtà dovesse venire a galla e farci bu!, ci daremo un gran da fare per fingere che non sia accaduto affatto." (Richard Yates, Revolutionary Road)

(Mi scuso con l'autore della foto, ho perso i credits. In ogni caso, la foto è per A.Q.)

Domenica torinese


Torino sa essere bellissima in ottobre, anche quando fa un po' troppo grigio e un po' troppo freddo. Ha le bancarelle dei libri sotto i portici (ho corteggiato un po' una prima edizione einaudiana della sceneggiatura di Uccellacci e Uccellini ma era fuori dalla mia portata...), e il brunch in Piazza Carlina, gli amici che ti vengono a trovare con il Frecciarossa, e una mostra nuova nuova a Palazzo Reale, dedicata a Vittorio Emanuele II primo re d'Italia, uno che davvero ha sgranato nella sua breve statura la storia poco slanciata di questo azzurro paese (azzuro Savoia, per essere precisi), quello di Camillo Benso Conte di Cavour, quello basso con i baffoni, quello cui morirono in sei mesi moglie figlio e fratello per la maledizione lanciata da Don Bosco, quello della Bela Rusin e del tremendo monumento in Corso (appunto) Vittorio.

Inspiegabilmente, appena inaugurata, la mostra ancora manca di parecchie opere significative, ma vale la pena vederla per sentire quanto radicalmente ancora l'Italia sia ottocentesca, piemontese, laica, e bigotta.

venerdì 1 ottobre 2010

Under the bridge downtown, is where I drew some blood


Elementi per riflettere sulle tecnologie, la privacy, l'omofobia, l'essere cretini come si può essere solo a sedici anni, la morte: Stefano Pistolini sul Post, oggi.

SCUSATE, SALTO GIU' DAL PONTE

"La storia che mi ha colpito di più questa settimana è quella del 18enne studente di origini italiane Tyler Clementi che si è buttato dal ponte George Washington che porta da Manhattan al New Jersey, dopo che ciò che gli era stato fatto gli era risultato decisamente non sopportabile. Tyler era un tipo chiuso e che quasi nessuno dei suoi compagni dirà d’aver mai notato. L’unica cosa in cui eccelleva in campo accademico era suonare il violino nella grande università Rutgers, appena fuori NYC, che aveva cominciato a frequentare da un anno – e non è che il violino di questi tempi sia la scorciatoia per la popolarità.

Tyler era omosessuale. La sera di qualche giorno fa aveva chiesto al compagno di stanza il 22een Dharun Ravi, di origini arabe, di poter disporre della stanza per gli affari suoi fino a mezzanotte. Dharun aveva detto di sì, se n’è andato nella stanza della fidanzata Molly Wei – origini coreane – ma prima di uscire ha tirato uno scherzetto al roommate. Ha lasciato accesa la webcam del computer e poi via Tweeter si è dato da fare per avvisare gli amichetti: occhio, accendete i laptop dopo le nove, ci sarà da divertirsi. In diretta il passatempo piccante dell’incontro di Tyler con un altro ragazzo era stato condiviso nella noiosa serata al campus.

Tyler ha retto un paio di giorni alla vergogna. Poi ha lasciato un messaggio sulla sua pagina di Facebook: “Scusate, salto giù dal ponte”. La notizia si è gonfiata subito nei media americani: è di pochi giorni fa il mezzo disastro dei politici che volevano porre rimedio alla legge dell’omertà che governa il rapporto tra omosessualità e forze armate e la storia di Tyler sembra fatta apposta per mettere sul tavolo la questione anche per ciò che riguarda l’ambiente universitario, e la sua componente sempre più instabile dal punto di vista razziale con ciò che ne consegue, quando un nuovo melting pot è stato prodotto ma si è troppo distratti per ragionarci sopra. Nel weekend americano sarà tutto un dibattito televisivo attorno alla questione della privacy violata, delle nuove tecnologie e del loro potenziale distruttivo messo a disposizione di chiunque, delle mine vaganti che galleggiano a filo d’acqua nei social network e dei i tabù continuamente violati, la privacy e l’orientamento sessuale.

Ci metto sopra un’altra questione, più dispettosa: perchè a ben vedere la vendetta di Tyler è stata tremenda, praticamente incancellabile. Già perchè adesso fanno tutti a gara a invocare una punizione esemplare per il suo aguzzino digitale, oltre che regolamentazioni fatte di aria fritta, dal momento che qui si parla del tessuto connettivo di centinaia di milioni di persone. Tyler, col suo laconico ciao al mondo, col dire “se è così, io vado giù”, andando verso il basso anziché dritto per la sua strada, si porta a fondo quel pirla di Dharun. Che credeva con la sua fanfaronata d’essersi reso più popolare e invece si è legato una pietra al collo. Che porterà anche lui giù fino agli abissi della vergogna. Doveva essere uno spasso per lui, con quel nerd del compagno di stanza, le risate con gli amici, la bella ragazza da andare a trovare e tutta la vita davanti. Sorry, gli ha detto Tyler. Vieni giù con me, cretino."

Se la fa Bossi è una battuta, però

In margine all' aggressione a Belpietro, che stigmatizzo perchè la società manichea che vedo appena dietro l'angolo non è quella in cui voglio vivere, oggi scrive benissimo Daniele Sensi, di cui riporto integralmente il post Gli sms di Radio Padania: "Perché certi attentati non succedono mai ai direttori di sinistra?".


Su Facebook cominciano a comparire, inevitabili, i primi detestabili commenti sul (presunto) attentato a Belpietro ("facciamo una colletta per regalare all'aggressore una pistola che non si inceppi", "mi dispiace che nemmeno un colpo lo abbia raggiunto", "magari andrà meglio la prossima volta"..), commenti che, altrettanto inevitabilmente, qualche giornale presto raccoglierà, per dire di quanto la Rete -anarchica e antiberlusconiana- sia pericolosa, e magari bisognosa di regolamentazione. Bene, prima che ciò avvenga, segnalo che sulla radio di un partito di governo -Radio Padania Libera- un conduttore ha appena dato lettura -senza censurare, né stigmatizzare, ma anzi sghignazzandoci sopra- dell'sms di un ascoltatore il quale si chiede "come mai certi attentati non succedono mai ai direttori dei giornali di sinistra":

giovedì 30 settembre 2010

Buster Keaton e Ali Agca



Cattelan sì o Cattelan no?
Ho letto la Aspesi caustica verso di lui la scorsa settimana su Repubblica (non trovo l'articolo on line), e ancora domenica scorsa il concetto è stato ribadito da Mina su La Stampa addirittura con il titolo "Che barba che noia".

Io so poco di arte, addirittura mi piace l'ago di Piazzale Cadorna e in generale tutto ciò che rende un paesaggio, un muro, una persona inusuale, magari anche sconcertante.
E ovviamente mi piace anche Cattelan, che incontrai la prima volta con lo scoiattolino suicida a Rivoli. Di Cattelan credo che si possa dire molto ma noioso e prevedibile proprio no.
Forse furbo, ma questa presunta furbizia commerciale lo accomuna a schiere di artisti del passato, di cui poi non quella ci è rimasta ma lo sguardo sul loro tempo. E se anche fosse un furbo, che importa? Non è meglio guardare le sue opere senza pensare a quanto costano e a quanto ci guadagna lui (e i suoi galleristi), ma solo a cosa ci dicono?
Cattelan è "coevo al secol nostro", usa il linguaggio di fiction, pubblicità e visual merchandising per prenderci lo sguardo e trascinarci nelle sue angosce. Questo non è originale, da Wharol in poi, ma è solo il linguaggio, non la sostanza.
Usa la tecnica dei bambini, strillo per avere la tua attenzione, la sostanza è che voglio, vogliamo, sicurezza e amore. E no, non ce n'è. Non ce n'è proprio. Forget sicurezza e amore. Vaffanculo. Cattivi. Pedalo via con il mio triciclo prima che mi appendiate a un albero, o mi inchiodiate a un banco.


Il pezzo di Mina lo trascrivo qui sotto.
E poi ci copio anche un brano dal testo di Francesco Bonami sull'arte contemporanea, "Lo potevo fare anch'io", che ho ripreso ieri sera anche se crollavo di stanchezza.

"Troppe emozioni. Troppe. Finiranno per confondermi. Appena terminato il brivido etico per un giallo immobiliare capace di far straparlare con gli occhi fuori dalla testa tutti, giù giù fino ai Caraibi, sono alle prese con lo stupore estetico di un marmoreo dito medio, puntato verso il cielo sovrastante la milanese Piazza Cordusio, da non confondere, come diceva lui, con il mio amico Coruzzi. Insufficientemente interessata ai contesti, sprezzante delle didascalie e sorda alle spiegazioni socio-politico-paraculistiche mi affido, per i giudizi che tengo stretti come segreti, all’inaffidabile e incolto istinto.

La fotografia dell’imponente scultura di Cattelan mi evoca il desiderio di un immediato connubio con la maxi-cacca in travertino piazzata davanti alla biennale di scultura di Carrara. Sono sicura che, se McCarthy avesse potuto consultarsi preventivamente con il maestro veneto, avrebbero insieme concordato qualche soluzione di combinazione spaziale e cromatica ad effetto simbolico accrescitivo, chissà. Le dimensioni mastodontiche di entrambe le opere in questione garantiscono il mantenimento di proporzioni corrette in un eventuale futuro incastro. Ebbene sì, siamo ancora qui a parlare della ritrita funzione provocatoria e dissacratrice dell’arte.

Quell’arte che, invece di straripare di libertà, si inginocchia, povera, pietosa, implorante, conformista, permalosa, presuntuosa e utilitaristica, ai suoi strumentali obblighi polemici o propagandistici. Che barba, che noia. Non c’è nessuna urgenza di simboleggiare alcunché di contingente o peggio di già passato. Tutti sanno già tutto o perché l’hanno imparato o perché l’hanno creato o perché l’hanno subito. Il più bravo a dire vaffa resta Grillo che non usa ammiccamenti o interposizioni, ma va giù piatto. Il bisogno di oggi dovrebbe essere quello di raccontare e farsi raccontare il futuro da persone oneste e disinteressate. Se non sarà possibile, continuiamo pure con medioni ritti ed escrementoni. Nessuno mi toglie dalla testa che Cattelan, che credo sia un «fine umorista», se la stia ridendo come un pazzo dietro un angolo, alla faccia nostra. Io convocherei Christo per uno sbarazzo elegante ed artistico degli ingombri descritti. Imballaggio accurato in cui lui è maestro, DHL, destinazione sconosciuta, ma perfettamente remota. In caso, non bisognerebbe dimenticarsi di Ago, Filo e Nodo di piazza Cadorna. Grazie." (Mina su La Stampa di domenica 26 settembre 2010)


"Oggi nell'Olimpo degli artisti più odiati Cattelan ha preso il posto di Manzoni, non Alessandro, quello dei Promessi Sposi, ma Piero, quello della Merda d'Artista.
I critici delle famiglie degli sgarbini e dei daveriotti sostengono che le opere di Cattelan sono sonore prese in giro, non opere d'arte. Ma è troppo presto per decidere, la giuria della storia non ha ancora pronunciato alcun giudizio. Sicuramente questo Giamburrasca della contemporaneità ha sovvertito le regole del gioco dell'arte facendo sì che molti seguissero la sua strada.

Certo non può vantare un pedigree classico.
E' cresciuto in una famiglia malestante, ha fatto il becchino all'obitorio di un ospedale. Poteva uscirne fuori un terrorista, un serial killer, un pedofilo, uno psicanalista da prima serata. Da una Padova dove si mangiava pane e P38 è venuto fuori semplicemente un probabile artista, uno che sembra il frutto di un esperimento genetico dove hanno frullato il Dna di Buster Keaton con quello di Ali Agca.
(...)
Fa scandalo giocando sulla repressione della paura collettiva, compresa la sua.
Come i grandi artisti del passato, il nostro maestro di Padova parla della vita e della morte, della storia, della religione e del sesso, dell'anima, ma lo fa con gli strumenti del presente.
Cattelan afferra la parodia che ogni tragedia nasconde, come la stella delle Brigate Rosse trasformata in neon, cometa natalizia, simbolo di un'epoca dove pastori e magi non hanno lasciato doni ma una scia di sangue. A Milano ha impiccato i bambini, e tutti hanno gridato allo scandalo. Qualche giorno dopo in Iran i ragazzini li hanno impiccati davvero, condannati a morte perchè omosessuali.
(...)
Ci ha riportati in serie A.
Forse non ha fatto meglio dei suoi maestri, ma ha capito meglio di loro il mondo e la società in cui sta viaggiando. E' partito senza biglietto, oggi è in prima classe sul Mondostar. Domani chissà.
Ma all'obitorio, possiamo stare sicuri, per il momento non ci ritornerà.
(Francesco Bonami, "Il complesso e l'estasi" ne Lo potevo fare anch'io, Mondadori 2007)

martedì 28 settembre 2010

Il paese reale


Una storia da non dimenticare, mentre le prime pagine sono piene di case a Montecarlo vittimismi di Berlusconi e le sfilate a Milano e il processo breve e le elezioni.
Trascrivo le parole di Marco Imarisio dal Corriere di ieri.

È passata una settimana da quando è successo, e poco tempo dalla soluzione di un delitto che sembra complicato solo a parole. Ma a Napoli c’è sempre una comunanza di destini, una circolarità che lega vicende umane distanti tra loro. Nulla è mai chiuso, nulla si chiude per sempre. Teresa Buonocore muore perché due anni fa aveva denunciato il vicino di casa. Si fidava di quella famiglia, i Perillo, gente che aveva studiato, geometri, medici e dottori. Poi aveva scoperto che sua figlia aveva subito abusi sessuali, consumati sul terrazzino dove ogni tanto i «signori» la invitavano a prendere il caffè e guardare i caseggiati di Portici dall’alto. Aveva denunciato. Aveva fatto di più, si era costituita parte civile, accettando di venire allo scoperto, di metterci la faccia. Lo scorso 9 giugno il vicino di casa era stato condannato a 15 anni di reclusione. Oggi sarebbe scattato il pagamento della provvisionale, quei 50.000 euro che il Tribunale aveva valutato cifra congrua a risarcire il danno morale e fisico subito dalla sua bambina.

L’hanno ammazzata prima, invece. E poco importa, adesso, se l’ordine sia arrivato dal carcere o dai familiari dell’uomo condannato per abusi sessuali, se il movente sia la vendetta oppure i soldi. Quattro colpi di pistola. Tre al torace, uno in faccia, come nei film. A sparare sono stati due amici dei Perillo, due ragazzi di 26 e 21 anni. Il più grande, Alberto Amendola, fa il tatuatore. Il secondo, Giuseppe Avolio, lavorava in una pescheria, viveva con la mamma, Flora Scognamiglio, forse vagheggiava di un padre mai conosciuto. Aveva due anni, quando glielo uccisero, agguato di camorra, regolamento di conti tra clan.

Ognuno è il terrone di qualcun altro


Da Verbanianews di ieri:


I frontalieri? "Ratti invasori"

Campagna pubblicitaria choc in Ticino. Manifesti e sito internet con tre topastri che rappresentano i pericoli per il "formaggio" del Cantone. Nel mirino i frontalieri, gli immigrati senza lavoro che delinquono e lo scudo fiscale di Tremonti.

VERBANIA - Non sappiamo se esistano verbanesi di nome Fabrizio che fanno il piastrellista in Svizzera, ma se esistono da oggi saranno oggetto di scherno e battute oltreconfine. Da oggi è infatti partita a Locarno e nel Canton Ticino una campagna pubblicitaria, che ha anche un sito internet: www.balairatt.ch che disegna i frontalieri italiani come ratti pronti a mangiarsi il "formaggio" (nel senso non di emmenthal ma di "grana") del Cantone (il prototipo viene descritto come Fabrizio, piastrellista di Verbania). I loro soci roditori nel manifesto sono gli immigrati senza lavoro e domicilio (il rumeno Bogdan) che vengono ritratti con mascherina da ladro e canotta Ue e il fisco italiano (leggasi Scudo Tremonti come lascia intendere il nome Guido assegnato a un avvocato lombardo dalle sembianze di pantegana).

Non si sa chi abbia commissionato la campagna choc. Il curatore Michel Ferrise, direttore della Ferrise Comunicazione di Muralto, in un'intervista a tio.ch si trincera dietro il segreto professionale. Ma annuncia che la campagna proseguirà. Anche se spiega il problema non sono i 45mila frontalieri italiani, ma l'assenza di salari minini che penalizzano i lavoratori elvetici rispetto alla concorrenza italiana.

lunedì 27 settembre 2010

Ultrà


"Sui tombini delle fogne
come tanti scudi antichi
ci scrivete ancora SPQR
ma guardatevi, a dottori
siete molli come fichi..."
(Alberto Fortis, "A voi Romani", 1979)

"Che la capitale non sia la sua passione è noto: Umberto Bossi ha fatto di "Roma ladrona" lo slogan della Lega forse ancor più di "Padania libera". E il Senatùr lo ha ribadito ieri sera sciogliendo l’acronimo Spqr in «sono porci questi romani». (Umberto Bossi, Ministro di non mi ricordo bene cosa, da La Stampa, 27 settembre 2010)

"I politici? Sono tutti morti. Pensavo solo ai soldi. Se togli i soldi alla politica, questi sono finiti. Perché non hanno idee, non hanno progetti, non hanno una visione della società. E poi sono vecchi. Non ci capiscono nulla. La politica dovrebbe essere in mano ai trentenni: loro hanno capacità ed energie. Basta con gente che siede in parlamento da mezzo secolo. Sono dei morti, sono insostenibili dal paese. Chiedono sacrifici al paese e poi loro vanno in pensione dopo 2 anni mezzo. E i giovani? Gli si chiede di versare contributi per 40 anni. Andranno in pensione, forse, tra a 70 anni. Con quale faccia i politici sanno chiedere questi sacrifici? Li facciano loro. Si facciano da parte”. (Beppe Grillo, intervista ad Anno Zero, 23 settembre 2010)

"Ormai una parte del paese, ed è quella di maggioranza, vuole sentire rappresentato a tono solo e soltanto il proprio tifo, e in particolare il nero nulla che si annida in ogni stato d’animo fazioso, la noia esistenziale e il profondo schifo che suscitano gli altri in chi si senta attaccato nella propria identità e dignità, qualunque cosa queste due parole significhino per il cittadino Joe, per il campione del rancore sociale e politico che ormai occupa la scena senza rivali." (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 27 settembre 2010)

giovedì 23 settembre 2010

Where is my vote?



Vedo ora sul Post -bellissimi e urlanti- i manifesti della mostra che la School of Visual Arts di NYC dedica al movimento iraniano.

Il presidente è nudo



Si attendono scottanti dichiarazioni sulle funzioni corporali del Presidente.
Si mormora che addirittura la sera gli puzzino un po' le ascelle.

Miserabile, o benestante



"Pensare solo al tuo benessere fa di te un miserabile, o un benestante."

Renato Zero intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere ieri.

Pay me my money back

In termini di soldi, e specialmente di soldi guadagnati più ancora che vinti ereditati o arrivati per caso, chissà perchè si tende sempre a lamentarsi di non averne abbastanza; cioè a me capita di sentire molte lamentele, e raramente un po' di oggettività. Ma mai le cifre, eh, che non sta bene.

Poi il dare una misura all'"abbastanza" è difficile quando si guarda nelle proprie tasche, e fin troppo facile quando si guarda in quelle altrui.
Quindi la scorsa settimana non ho avuto voglia di commentare l'uscita di Sergio Marchionne sulla sua retribuzione, e su quanto sia o non sia meritata. L'ho trovata quasi sensata, anzi: se l'uomo è criticabile, lo sia per le sue azioni e non per la misura in cui sono compensate.

Però a leggere oggi della liquidazione di Alessandro Profumo, ecco, sì, un pensiero l'ho fatto (e non solo io).

Mi sa che l'ha fatto anche Marchionne.

mercoledì 22 settembre 2010

Weather Report


Oggi su La Stampa di carta le previsioni del tempo si chiudono così:

In cielo si raccoglie il vento,
Il vento purpureo di domani
E di nuovo l'amore,
Di nuovo da tempo immemorabile
Da lontano impedisce la morte.


(Jan Skàcel)

martedì 21 settembre 2010

Fotografare le persone


Ci vuole un talento speciale per fotografare le persone, non è mica facile cogliere il momento, la storia, e farli coincidere con una narrazione precisa. E spesso la qualità di una foto la puoi capire nel suo rimanere nel tempo. Il Corriere.it pubblica oggi una selezione di ritratti di Gianni Giansanti, tra cui questo qui sopra di Silvio Berlusconi, 1984, prima.

Spero di riuscire a vedere la mostra che c'è a Milano, finisce il 14 novembre.

La notizia è che Giovanardi va al cinema



Le adozioni ai gay?
Nei Paesi in cui sono consentite hanno fatto "esplodere la compravendita di bambini e bambine".


Il sottosegretario alla Pres. del Cons. con delega alla famiglia Giovanardi, l'altro ieri.
Toh, non lo facevo un fan di Brüno:
"Come ha avuto suo figlio?"
"L'ho scambiato"
"E con cooooooosaaa????"
"Con un i-pod".
"Non un i-pod qualunque, uno edizione limitata, rosso, hai presente?".

lunedì 20 settembre 2010

Trentacinque anni


Gironzolavo in libreria venerdì, e mi sono imbattuta in un libro che in copertina aveva un fossile di dinosauro, per titolo aveva un riferimento a una delle mie passioni, e pure una frase di Stephen King che lo accreditava tra i libri da leggere.

Allora -anche perchè avevo male ai piedi- l'ho preso e mi sono accucciata in un angolo tranquillo e l'ho sfogliato, e contro ogni previsione non mi ha attratto più di tanto nonostante la grafica che ripropone in qualche modo le relazioni testo/ipertesto di Douglas Coupland (cioè l'annotare a bordo pagina approfondimenti anche visuali più o meno diretti con il testo). (Solo come noticina di visual marketing, l'ho mollato perchè mi sembrava molto più Coelho che Coupland).

In ogni caso, mi ha regalato questa considerazione:
"Sono triste perchè sto invecchiando e ancora non sono felice".
Quanti danni ci fa il concetto di felicità come status permanente da acquisire e possedere prima che qualcuno dallo specchio possa indicarci come fallimento che cammina?
La felicità come bene immobile, acquisizione necessaria.

Poi sabato su Repubblica c'era un'intervista a Woody Allen, sul nuovo film.

-Che cosa ne pensa della vecchiaia?
-Sono decisamente contrario alla vecchiaia. Penso che non la si debba raccomandare a nessuno. Non si acquisisce maggiore saggezza con il passare degli anni.
L'unica cosa che accade davvero è che il tuo corpo se ne va in pezzi.
Certo, cominci a capire la vita e ad accettare le cose.

Ma scambieresti tutto quello che hai pur di tornare ad avere trentacinque anni.


Ecco, la vecchiaia è un bene immobile.
La felicità no.

I don't like Mondays



Quando il caos prevale, vado sempre a farmi risistemare chez Luoghi comuni al contrario.

(La foto è mia, il cortile di Maria. Integrazione del rifiuto.)

domenica 19 settembre 2010

Il limite della retorica


"Chi ha detto che la penna ferisce piu' della spada non si e' mai trovato di fronte un'arma automatica." Gen. Douglas McArthur

(La foto è di Stefano Mattia, immagini dentro storie dentro immagini).

giovedì 16 settembre 2010

"Col solo cuore che mi è stato dato"



Nazione Indiana oggi pubblica questo, e questa foto, e con il file dell'autrice Anna Lamberti-Bocconi che legge le sue stesse parole.
Come si fa a non piangere?


CANTO DI UNA RAGAZZA FASCISTA DEI MIEI TEMPI
di Anna Lamberti Bocconi

Bella ragazza, andavo male a scuola
son fuori tempo, sono già partita,
mio padre un avvocato anni Sessanta
se fossi viva sarei non so cosa
bruciavo come grano sulla brace
non riconosco niente del 2000
non ho strumenti, straccio la partita,
la batteria rullata giù in cantina
ricordo il giorno della bocciatura
ci ho fatto un sole, un buco con il pugno.
Mio padre seduttivo a labbra molli
mia madre insoddisfatta che fumava
la cameriera che parlava in sardo
quelle lenzuola nere viste un giorno
regalo di un’amica di mio padre
mia madre che inghiottiva umiliazione.
Quella donna morì improvvisamente
un giorno prima c’era poi non c’era
vedemmo il necrologio sul Corriere
come un enigma la sua parure nera
mio padre sempre uguale tenne il foglio
non disse nulla, perse la sua amante
e le lenzuola tornarono amare.
Mio padre intossicato di spumante,
la scuola che faceva solo rabbia
la voglia di riscatto e quel latino
rompicoglioni sopra tutti i muri.
Conobbi il movimento a sedici anni
che mi toccavo con le lunghe dita
Giovanni era il più bello del liceo
in primavera aveva già la moto
non la patente, ma se ne fregava
conosceva dei dritti quarantenni
parlava di valori e di Ezra Pound
un giorno mi invitò alle sue riunioni
lo scantinato torrido pulsava
mi videro e tirarono l’uccello
Giovanni li schiantò con uno sguardo
alzò solo una mano e disse “Mai”.
“In culo”, disse “attenti”, e disse “Mai”.
Compresi che era l’uomo e che ero sua
io maschia con i miei capelli neri
che molti mi dicevano aggressiva
gli giurai fedeltà fin che ero viva
io ribelle a spaccare batterie
io scalmanata a urlare alla partita
mi donai in quella sera del liceo
all’uomo cavaliere della luna
al pallido fascista in accensione.
Da allora anch’io guidai la sua coupé
mi insegnò là di dietro all’Idroscalo
sgommavo a fare fuori quell’asfalto
schiacciato come un servo sotto i piedi.
Ma più che altro c’era solo sete
e mi premeva quando mi baciava
la lingua era bollente, il labbro duro,
e poi bagnato e poi dimenticavo.
“Amor che a nullo amato amar perdona”
l’unica cosa che ho imparato a scuola
l’ho seguito leale ovunque andasse
si fidava di me più che degli altri
non mi fregava niente dei borghesi
coi polsi rotti verso l’assoluto
Il Settimo Sigillo era una guida
e le riunioni con i picchiatori
per l’idea, per la morte, per la storia
era rivoluzione che pulsava.
Mia madre spenta che faceva pena
non sopportavo più di andare a casa
Giovanni mi propose la sua stanza
mio padre freddo disse “Bene, vai”.
Ma il gioco cominciava a farsi duro
i camerati uccisi e gli altri pure
e Ramelli, e Mantakas laggiù a Roma
come fiori di sangue sulle strade.
Venne il giorno di uscire dalle righe
decisamente, anzi venne la notte.
Giovanni era la mente coraggiosa
io una mano ed un cuore: cominciammo
a pensare ad azioni di rapina
per pagarci la vita clandestina
e dedicarci alla rivoluzione,
pochi, braccati, cranio a cranio al mondo.
Al primo sangue mi girò la testa
la debolezza vomitata a fiotti
sul marciapiede, e mi credetti incinta,
si sentì la sirena che ululava
mi tirarono via mezza svenuta,
mi svegliai con un senso di disprezzo
verso me stessa, ma brillava il Sole
fuori dalla finestra, sì, quel sole
uomo come Giovanni, e io la luna:
per una volta placai la mia rabbia
restando donna ai raggi di quel sole.
Quando tornò la notte ero cresciuta,
secondo sangue e niente più paura
rapina in banca con pistola anch’io
carabiniere rimasto per terra.
Giornali come ali di piccione
ferito e grigio a scuotersi impotente
tentando di spiegare la rapina
parlarono di neofascismo armato
ma nessuno sapeva chi era stato.
Nascondersi divenne obbligatorio
finché venne arrestato un camerata
malamente accusato anche di quello;
potemmo uscire sulla sua pellaccia,
affacciarci di nuovo, allora, sì,
e però qualche cosa era cambiata
una piega malsana sulle cose
che si manifestò lenta, una dose
tagliata male, non saprei neanch’io.
Sulle panchine di piazzale Libia
l’esaltazione covava il ripiego
ed io partecipavo a fratellanze
oscure e traditrici, nel vibrare
di un cupo e malinconico attardarsi
mentre la sera estiva non mollava.
Mollavo io e non me ne accorgevo.
Un giorno tornai a casa di mia madre
dopo sei mesi che non la vedevo
odiavo già i gradini che salivo
nel corridoio lungo con i quadri
le pretesi cinquantamila lire
bugiarda mi rispose “Non le ho”
mi fece venir voglia di scappare
o di spaccare, poca differenza,
la condizione senza via d’uscita
che aveva indirizzato la mia vita.
Allora alzai le braccia non so come
coi pugni in guardia come nella boxe
tra minaccia e difesa, la incalzai
lei rinculava stronza e spaventata
sotto il De Pisis sotto il Boccasile
la spinsi fino al fondo della casa
urlando fuori tutta la mia rabbia
e davanti alla porta della stanza
dove avevo dormito tanti anni
la cameretta con appesi i poster
le diedi quattro schiaffi spaventosi
e poi fuggii e non tornai mai più.
Lo raccontai a Giovanni e stette zitto
ma tanto ormai parlare era bucato
la storia era bucata come me
quelle panchine che dicevo prima
quell’eroina di piazzale Libia
la mia rivolta era finita male
quattro gatti sbandati scaricati
dalla gente più in gamba che sparava
e scontava galera ed inchiostrava
con il suo sangue nero i calendari.
Tirai a campare ancora un po’ di tempo
sono crepata nel ‘92
mi son presa la peste dei drogati
il primo AIDS, Giovanni ormai non c’era
però venne a trovarmi in ospedale
lui solo, né mio padre né mia madre,
lui che ormai lavorava imborghesito.
Ed oggi, dico adesso che è finita,
racconto come il male mi ha bruciato;
eppure non mi trovo, nel 2000,
vi vedo qui dall’alto e vedo male.
La culla del dolore, l’ospedale,
son morta tra le braccia di una suora
ho visto tutto bianco e son partita
col solo cuore che mi è stato dato.
Ho visto tutto bianco. Son partita.
Col solo cuore che mi è stato dato.

Perbenismo da basso Piemonte


Leggo questo articoletto di Elena Lisa su LaStampa:
Sposati, ma divisi (nei soldi)
Il matrimonialista "Comunione dei beni? Al Nord ormai è una scelta superata"
In Italia boom delle coppie che scelgono la separazione dei beni: ormai sono due su tre
.

Annotazioni:
-Il titolo è di un perbenismo veramente da basso Piemonte, sveglia Calabresi! In quale portafoglio si tengono i soldi (il mio-il tuo-uno comune-due separati-a caso-tanto non ce ne sono) è questione assolutamente irrilevante rispetto alla durabilità di un'unione.
-Il contenuto dell'articolo è un pasticcio: la scelta del regime patrimoniale dei coniugi non ha nulla a che fare con l'attribuzione dei tavolini e degli altri ammenicoli casalinghi in fase di separazione.
-Quanto sopra c'entra con i patti prematrimoniali come la Brioblu con il Barolo.

Niente, lo volevo dire, mi danno un fastidio pazzesco questi articoletti in cui la mancanza di logica fa il pari con la mancanza di contenuto, esclusa la marchetta all'autore del libro.

I vecchi qui a volte chiamano il nostro quotidiano "La Busarda" (bugiarda), e mica hanno sempre torto.

mercoledì 15 settembre 2010

Lui, e loro


Milano finalmente dedica una mostra a Maurizio Cattelan, a Palazzo Reale, ma il perbenismo della giunta a una settimana dal via fa le pulci al manifesto scelto dall'artista, che ritrae il suo Hitler orante.

E questo conferma oggi quello che Gramellini scriveva solo ieri nel suo Buongiorno: il doppiopesismo ormai è una categoria di pensiero abbondantemente sdoganata e già quasi superata dal cretinismo del nascondersi dietro a un dito.

Quindi da una parte abbiamo una scuola pubblica laica apartitica etc. etc. abbondantemente decorata (in barba principalmente alla costituzione e secondariamente anche al buongusto, ecchecavolo) con i crocifissi e i simboli padani, dall'altra quella che si definisce la capitale morale d'Italia incapace di distinguere tra apologia e narrazione, incapace di affermare il valore di un'opera, incapace, incapace, incapace.
Impotente.

Ricoprirei Adro, e non solo Milano, con questo manifesto.

lunedì 13 settembre 2010

Io sono un'ignorante


Io non conoscevo Letizia Battaglia. Un ossimoro al posto del nome, un destino.
Si certo, conoscevo una sua foto, quella con la pozzetta di sangue usata per una fondamentale campagna di Benetton negli anni '90.

Ma ieri su un prato dolce della Valle d'Aosta, sotto le nuvole che correvano in un cielo diametralmente opposto al suo bianco e nero di Sicilia insuanguinata, ieri ho incontrato Letizia Battaglia, nelle parole tranquille di un suo raccontarsi sull'ultimo numero di Sette del Corriere (quello di giovedì 9 settembre).

E allora non era meglio se pagavo l'ICI?


Fuggevolmente al Tg3 ho visto un servizio su una scuola materna ed elementare STATALE decorata di simboli leghisti ad Adro (BS), intitolata a Gianfranco Miglio.

(Se ne parla sul Corriere del 10 settembre).

Ne parla anche Gilioli, non c'è bisogno che io aggiunga nulla.

Se non che mi sento male a pensare che ho appena assoldato una baby sitter per accompagnare mio figlio alla materna, visto che la scuola inizia troppo tardi per consentirmi di arrivare in orario in ufficio.

Mi sento male a pensare che ho in borsa un elenco di richieste di accessori fondamentali (penne, pennarelli, risma di carta, colla, quaderni, cuscino, lenzuolino, tovaglietta, carta igienica, fazzolettini di carta e credo ancora qualcos'altro) che lo stato non è in grado di fornire alle sue scuole.

Mi sento male a pensare che il doposcuola è gestito da una cooperativa privata, perchè lo stato non ha le risorse per il personale necessario a coprire un normale orario da ufficio, lasciando il margine a servizi esterni, di dubbio valore e immagino malpagati.

La coperta è sempre più corta.
Intanto a Brescia dipingono le aule di verde.
I supermercati sono pieni di donne trafelate, liste alla mano.
Il Ministro probabilmente sta ancora cercando di decifrare il significato di Albachiara.

sabato 4 settembre 2010

Ero così felice che non sapevo cosa fare


Oggi, come sempre, la premiata ditta Fruttero & Gramellini ci racconta la storia dei 150 anni d'Italia sull'ultima pagina de La Stampa, solo in cartaceo.
Si parla del 3 settembre 1960, quando Livio Berruti si prese la medaglia d'oro dei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma. Trascrivo l'ultimo paragrafo:

"Eccolo in pista, finalmente. Con un lembo di tuta pulisce gli occhiali neri che diventeranno una moda ma per lui -miope- sono ancora un'esigenza.
Sembra calmo, invece compie una falsa partenza. Poi arriva quella buona: affronta la curva senza sbandamenti, insensibile alla forza centrifuga, e sul rettilineoè davanti a tutti, preceduto solo da n volo di colombi. Nella sua ombra spunta Les Carney, "demoniaco negro da saga medievale", lo bolla senza scrupoli la cronaca di Gianni Brera. Ma il capolavoro di questa saga è Berruti, l'"aracangelo frigido". Sarà lui a spezzare il filo di lana, sporgendosi in avanti con il busto fino a perdere l'equilibrio. Mentre il pubblico in delirio dà fuoco ai giornali e li agita come torce nel buio dela sera, l'Arcangelo frigido" si pianta in mezzo alal pista, immobile.

Dirà: ero così felice che non sapevo cosa fare."

mercoledì 1 settembre 2010

Great American Novelist, again

Dopo la copertina di Time, e l'annuncio che Freedom tradotto in italiano uscirà a febbraio 2011, oggi su Repubblica c'è un' intervista a J. Franzen di Antonio Monda.


Che impressione le ha fatto trovarsi sulla copertina di Time?

"Mi è dispiaciuto molto che mio padre, che ha letto Time per cinquanta anni, non abbia potuto vederla. Non era un uomo che sorrideva molto, ma avrebbe sorriso per una settimana".

sabato 28 agosto 2010

Non fate pettegolezzi


Sessanta anni fa, il 27 agosto 1950, Cesare Pavese moriva in una stanza dell'Hotel Roma, in Piazza Carlo Felice a Torino, di fronte alla stazione. La stanza c'è ancora, è stata conservata dai prorpietari dell'albergo.

La stampa il 22 agosto scorso ha pubblicato un bell'articolo di Guido Ceronetti sull'addio del poeta, che non trovo sull'edizione on line, ma re
cupero dal blog Villa Telesio.


Verrà la morte e avrà gli occhi di Connie
di Guido Ceronetti

Se il narratore non si trova in una condizione delle più allegre, chissà con quanto sollievo parlerà degli ultimi giorni che avrà trascorso un disperato suicida!
Mi accingo dunque a immaginare come sarà stata la vita di Cesare Pavese, a Torino, tra il ferragosto e la sua ultima notte, il 27 del mese.

Avevo 23 anni, ricordo nitidamente l’uscita di casa per comprare La Stampa a un’edicola che c’era allora a metà della via della Consolata, dove passava il tram n. 2 percorrendo un lunghissimo viaggio, dalla Madonna di Campagna all’ospedale delle Molinette. In verità, di Pavese fino ad allora non avevo mai letto nulla. Leggevo le recensioni dei suoi libri che faceva, puntuali, Arrigo Cajumi, che ne amò la scrittura; ad attirarmi fu la pubblicazione, notevolmente censurata, del Diario, mi pare nel 1952..

Nelle sue poesie, in apparenza datate, ma con qualcosa d’irripetibile e unico, la campagna e la città di allora, tra cui esisteva una forte cesura, per chi vorrà ripassare di là in sogno e farsi paesaggio, riaffluiranno musicalmente, piumaggio di uccelli estinti. C’è un parallelismo tra i versi, che Mila dice da narrazione celtica, di Lavorare stanca, e i disegni (tutti soltanto di proprietà famigliare) che andava facendo nei Trenta l’architetto Giorgio Tedeschi, una collezione, anche questa, irripetibile, incantevoli documenti d’arte di ciò che erano campagne dei dintorni e periferie torinesi.

Da critico emuctae naris si possono liquidare quei versi come troppo facili e rasoterra, ma contengono una qualità angelica, l’emozione, lo struggimento; basta saper leggere e saper soffrire, essere grati del plus di vita e di verità che la parola scritta, prostituta sacra dei templi invisibili, trattiene.

Occorrerebbe, per una rievocazione novellistica degli ultimi giorni di Pavese, conoscere i luoghi dei suoi domicilii torinesi. Dove abitava Cesare, prima di trasferirsi, solitario, nella camera dell’hotel Roma in piazza Carlo Felice? Le sue carte, i suoi libri, dov’erano? In quale trattoria, gargotta, ristorante, andava a cena o a pranzo? In quale caffè si ritrovava con gli amici, i collaboratori, gli invitati della Einaudi?

Tutto conta nel ripercorrere le vie di un suicida – non si sa fino a che punto determinato. Quante volte il suo telefono avrà squillato, in sua assenza? Datemi un punto, purché non in aria. Faccio ricerche presso l’archivio di questo giornale, perché le schede biografiche non mi danno responsi, e puntualmente, provvidamente, vengo rifornito di quanto è rintracciabile.

Pavese abitava, a Torino, e probabilmente avrà sempre abitato, presso la sorella Maria in via Lamarmora 35: il luogo non è lontano dalla Casa Editrice di via Biancamano 1, saranno una ventina di minuti a piedi. (Io cominciai a frequentarla nel 1949, senza incontrarvi Cesare, «dittatore editoriale»).

Possiamo ricostruire così, liberamente, epoca e fatti: la sorella e la sua famiglia lasciano Torino per qualche luogo di villeggiatura all’avvicinarsi del ferragosto (prima non si facevano ferie e poi, per lo più, in specie per i commerci le chiusure duravano tre giorni). Cesare non li segue – perché ha un pensiero nascosto, promette vagamente di raggiungerli, o aspetta prima di decidersi una lettera dall’America – e non avendo per nulla vocazione di «marito in città che si arrangia» e di comprarsi prosciutto e robiola in centro, arriva con una piccola valigia, a piedi, al Roma, il 12 o 13 di agosto, camera per i giorni che Maria e i suoi resteranno assenti. Il gesto era preparato; uno spiraglio per distogliersene o rinviarlo è impossibile non rimanesse aperto.

I contenuti della valigia di un suicida, quando non ne esca di casa privo, sono importanti. Ci fu un processo, in quegli anni, in cui l’Accusa trovò conferma dell’intenzione omicida del marito (non la sola, certamente) nel fatto che la vittima non pensava di suicidarsi avendo portato con sé una scorta di pannolini. Così nei giornali, ma come prova d’Accusa mi sembra cavolista. Se invece Van Gogh e Pavese fossero usciti, dal caffè Ravoux e da via Lamarmora, senza la pipa, in caso di suicidio dubbio, questa ne sarebbe una prova.

La valigetta di Pavese era delle più povere: avrebbe comprato il Nembutal, con ricetta, in una farmacia di via Sacchi, poco prima di assumerlo in dose da congedo; il resto erano un pettine di tartaruga, dono di Constance Dowling, l’ultimo blocco di fogli del Diario, una sola camicia di ricambio. L’estrema nota del Diario, uno dei grandi diari del secolo, ha la data del 18 col proposito mantenuto: non scriverò più.

Due o tre libri li aveva portati. Tra questi il Voyage di Céline, nelle Denoël e Steele, suo primo editore. L’esistenza può esserci pochissimo o per niente tollerabile, ma di leggere non ci lascia mai l’abitudine appassionata, quando ci sia – vizio ragionevole. Nonostante la sua determinazione, non era impossibile che un venticello contrario lo facesse ritrarre: le note estreme del Diario, scritte nella camera del Roma o su una panchina dei giardini Sambuy in piazza Carlo Felice, contengono echi di una esortazione segreta. Un pensiero compiacente può averlo attraversato, comune nei suicidi per amore: «Così lei saprà quanto l’ho presa sul serio, fino in fondo!».

Ma a lei, già tornata in America, visto il fiasco incontrato nel suo voler far carriera, grazie a Cesare, utilizzabile soltanto per questo, a Cinecittà, di quell’auto immolazione alle sue mediocri grazie, non poteva importarne proprio nulla. L’ululato di passione che arroventa gli ultimi scardinati versi, quale effetto avrebbe potuto farle? Il paragone tra lo sguardo della morte e quello di Connie non era fatto per lusingarla. Ormai voleva dimenticarla, la sua avventura romana con lo scrittore di successo, disperato di averne così poco, da sempre, tra le lenzuola.

I suoi amici e compagni del D’Azeglio sapevano tutti della sua maniacale fissazione sull’insuccesso sessuale, al punto da precipitarlo nello sguardo di Constance-la Morte. Qualche volta lo redarguivano, per affetto e un po’ per sazietà delle sue geremiadi… Bisogna considerare l’epoca e i suoi costumi; a partire da una ventina d’anni dopo le donne avranno in genere una maggiore conoscenza del dramma sessuale maschile e sulle diverse forme d’impotenza non emetteranno più sentenze di condanna… Del resto queste fanno parte tuttora dell’immaginario maschile. Pavese, con le sue ossessioni croniche di eiaculatio praecox, finiva con l’apparire anche alle amanti più disposte come un incapace radicale di dare amore, difetto, questo sì, immeritevole di perdono.

Glielo diceva anche l’amico Felice Balbo, incontrato qualche giorno prima a un tavolino del caffè San Carlo: «La virilità non sta in quello, mio caro: ma nella tua formidabile capacità di lavoro… L’eroe Orlando, quello della Durlindana, maneggia molto meglio la spada che il suo bìschero, lo dice il Boiardo! E tu la stilo, la portatile… Ma va’! Ucciderti per quell’attricetta del pettine, impotente – lei, sì! – a comprenderti, ad aiutarti… Dopo Hiroshima c’erano un milione almeno di sopravvissuti maschi del Pikadòn, tutti con l’uccello morto. E a moltissimi, per il lavoro e la dedizione infinita delle donne, dopo un anno, due, tre di sforzi appassionati, è tornato a volare come un condor!! Ma è Oriente… Va’ in Giappone, cèrcati una giapponese! La morte non avrà gli occhi di Constance, te l’assicuro… L’Angelo Sterminatore, dicono i cabalisti, è tutto fatto di occhi! Uno senza palle non avrebbe mai scritto La luna e i falò…».

Era rimasto lusingato, Cesare, sorridendo in silenzio. E certamente, in quelle lunghe sere di ruminazioni del proprio distacco, sarà andato al cinema (si diceva cine e ancora cinematografo) per distrarsi un poco dalle sue idee fisse di crocifissione insensata: suicido-sesso; sesso-suicidio… «Una barba!», commentava, a Santo Stefano Belbo, l’amicissimo Nuto.

Al cinema Corso, a due passi dall’albergo, aveva rivisto, per la terza volta, nello scempio della versione doppiata che circolava in Italia ridotta della metà, il capolavoro di Carné Les enfants du Paradis, invidiando il mimo Baptiste per l’amore di Garance – che però, alla fine, lo restituisce alla moglie, e sparisce.

Ma era ormai preda del magnetismo d’occhi dello Sterminatore, che nessuno mai ha veduto. Gli restavano poche, scardinate ore. Rilesse qualche pagina di Céline, mai troppo invitante a vivere, ripassò approvando le ultime note di diario, e buttò giù il congedo rivolto agli anonimi Tutti.

Lasciò accesa la luce accanto al letto e ingerì come per distrazione, ogni tanto fermandosi qualche minuto, la dose mortale. Se in quel momento il telefono, dalla portineria, avesse squillato… Ma l’Angelo aveva tagliato i fili. Cesare si stende sul letto, e aspetta.

(Fonte: La Stampa, 22 agosto 2010)
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